A Priolo qualcosa si muove, e si muove in fretta. La Fiom di Siracusa lo ha detto senza giri di parole: gli impianti di Isab Nord sono in marcia in maniera intensiva, e la fermata generale è stata rinviata ai primi del 2027. Nel linguaggio sobrio dell’industria petrolifera, spostare una fermata programmata equivale a un proclama strategico: non ci si ferma quando si ha troppo da fare.

Il dato è tanto più significativo se letto sullo sfondo da cui viene. Nel 2023 e nel 2024 le perdite erano state ingenti, e la raffineria aveva dovuto aprire nel gennaio 2025 una procedura di composizione negoziata della crisi per trovare accordi con i creditori ed evitare il peggio.

Una proprietà in affanno, una raffineria che regge

Il paradosso di Isab è tutto qui: le carte della raffineria e quelle di Goi Energy, che di Isab è proprietaria, raccontano storie sempre più distanti. Goi Energy, società privata con sede a Cipro, ha rilevato la raffineria da Lukoil nel maggio 2023 per impedirne la chiusura a causa delle sanzioni europee imposte alla Russia dopo l’invasione dell’Ucraina. Ma la società ha faticato a fornire la visione industriale di lungo termine richiesta da un impianto della complessità di Isab, e le tensioni tra i soci sono alle stelle.

La raffineria ha concluso la composizione negoziata della crisi a febbraio 2026 uscendone con le proprie gambe. Sembra che il 2025 si sia chiuso con un margine operativo lordo intorno ai 200 milioni di euro, una cifra notevole, soprattutto se rapportata ai debiti che avevano generato la crisi: circa 65 milioni, di cui 55 con il solo trader Trafigura. È il management e il lavoro degli operai ad aver tenuto l’impianto produttivo e competitivo, non la proprietà.

L’Italia che rallenta, Priolo che accelera

Mentre Isab spinge sull’acceleratore, il resto del sistema italiano di raffinazione imbocca la direzione opposta. E lo fa in modo strutturale, non congiunturale.

Eni sta trasformando i suoi poli di Gela, Porto Marghera e Livorno in bioraffinerie. Non si tratta di aggiustamenti marginali: a Livorno Eni ha già fermato l’importazione di greggio e avviato lo spegnimento degli impianti di produzione di lubrificanti e del Topping, la colonna portante della raffinazione tradizionale. I nuovi impianti bio saranno operativi entro il 2026 e avranno una capacità produttiva di 500mila tonnellate l’anno.

Il modello si replica. Entro il 2028 è prevista anche la conversione parziale della raffineria di Sannazzaro de’ Burgondi, in provincia di Pavia, e  dato che riguarda direttamente il territorio siracusano  la costruzione di una nuova bioraffineria proprio a Priolo.

Il fossile lascia spazio agli HVO, i carburanti prodotti da scarti agroalimentari e oli vegetali: una rivoluzione silenziosa che sta ridisegnando la mappa industriale del Paese.

In questo scenario, Isab sceglie la strada inversa: massimizzare la produzione di greggio fossile, puntare sul gasolio, prodotto ancora strutturalmente scarso in Europa dopo l’embargo al prodotto russo  e generare cassa. Una scommessa che ha senso proprio perché gli altri si fermano.

La guerra in Iran: rischio e opportunità allo stesso tempo

Sul quadro già complesso si è abbattuta, a fine febbraio 2026, la crisi iraniana. Con gli attacchi iniziali di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, la crisi è uscita dal perimetro della pressione diplomatica ed è diventata conflitto dichiarato.

Le conseguenze sul mercato energetico sono state immediate. Dallo Stretto di Hormuz passa circa un quarto del commercio mondiale di petrolio via mare, per una media di 20 milioni di barili al giorno: ora sono meno di un decimo.  Il timore di un blocco totale delle forniture ha fatto schizzare il prezzo del Brent, che ha sfiorato i 120 dollari al barile, con conseguenti ripercussioni su benzina e bollette.

Per una raffineria con la capacità di Isab, questo scenario equivale a una finestra di opportunità straordinaria sui margini. Ma c’è un rovescio della medaglia: trovare carichi di greggio fisico a prezzi sostenibili, in un mercato globale sconvolto, è diventato un problema concreto e urgente.

Come Isab sta rispondendo alla crisi

La risposta della raffineria è stata pragmatica. In assenza delle rotte mediorientali, Priolo ha costruito un ponte navale alternativo su tre direttrici principali.

La prima è il Nord Africa: Libia e Algeria garantiscono tempi di navigazione di due o tre giorni e una qualità del greggio compatibile con gli impianti. La seconda è la Turchia, snodo per il petrolio dell’Asia Centrale azerbaigiano e kazako che arriva via oleodotto aggirando il Golfo Persico. La terza è l’Atlantico, con carichi spot dal Golfo del Messico e dall’Africa occidentale, gestiti attraverso Trafigura.

Il blocco dello Stretto, unito agli attacchi contro le infrastrutture energetiche della regione, sta facendo aumentare anche i costi assicurativi per le navi: le compagnie chiedono cifre pari al 5-10% del valore dell’imbarcazione, contro il consueto 0,25% dei tempi di pace. Un aggravio che pesa sui costi logistici di ogni raffineria europea, Isab inclusa.

Il prezzo della corsa: manutenzione a rischio

L’aumento dei ritmi produttivi ha un rovescio della medaglia che la Fiom non ha esitato a segnalare pubblicamente. Dopo il principio d’incendio sviluppatosi nella vasca di una sala pompe all’impianto SG13 di Isab Nord, il sindacato ha puntato il dito contro la mancata manutenzione degli impianti. Spingere al massimo senza fermarsi per la manutenzione ordinaria è una scommessa che, in un impianto petrolchimico, si gioca sempre sul filo.

Il quadro che emerge dal polo industriale siracusano è più ampio. Secondo la Fiom si registra una crisi strutturale del comparto, aggravata dal crollo degli investimenti annuali ormai prossimi allo zero, mentre la chiusura degli impianti Eni Versalis a Priolo rischia di compromettere l’intera filiera produttiva a valle. Il rischio concreto, nelle parole del sindacato, è che la transizione ecologica diventi “una scorciatoia verso la desertificazione industriale”.

Una raffineria strategica in cerca di stabilità

Con una capacità di raffinazione di 16 milioni di tonnellate di greggio, Isab è l’impianto più grande d’Italia e copre circa il 25% del fabbisogno nazionale. Sul fronte della cessione, Ludoil Energy è in trattativa esclusiva ma la partita è ancora aperta: un contenzioso giudiziario con Lukoil Italia e le tensioni con la creditrice Litasco hanno già fatto saltare un accordo a gennaio 2026.

Priolo corre, sì ma lo fa su un terreno ancora instabile, con una proprietà che non ha brillato, una guerra in Medio Oriente che cambia le carte in tavola ogni settimana, e una trattativa per la cessione che procede tra stop e ripartenze. Il vero motore del rilancio, come sempre, sono le persone che ci lavorano dentro.