“In Italia la pena di morte non esiste, ma a mio figlio, nei fatti, è stata data”. Daniela Santoro non usa mezze parole. È la madre di Stefano Argentino, il ventiseienne di Noto accusato del femminicidio della studentessa universitaria Sara Campanella, uccisa il 31 marzo del 2025, e morto suicida nel carcere messinese di Gazzi. Una morte su cui la Procura ha aperto un’inchiesta per omissione in atti d’ufficio e morte come conseguenza di altro delitto, iscrivendo sette persone nel registro degli indagati e disponendo l’autopsia sul corpo.
Lo sfogo della madre di Stefano
Daniela parla con il peso di chi ha perso un figlio due volte: prima alla violenza che lui stesso ha compiuto, poi a quella che sostiene di aver subito. “Stefano era un soggetto fragile”, racconta. “Dagli accertamenti sul suo cellulare è emerso che era già vittima di bullismo prima di commettere il reato per cui era detenuto”. Una premessa che la madre si affretta a inquadrare con precisione chirurgica: “Questo non vuole essere una giustificazione per il tragico gesto commesso nei confronti di Sara, un gesto inspiegabile e ingiustificabile”. L’appello, spiega, è un altro: alla sensibilizzazione dei genitori, delle istituzioni scolastiche, di chi avrebbe potuto e dovuto accorgersi per tempo.
“Stefano doveva andare in isolamento”
Il nodo centrale, per la famiglia assistita dagli avvocati Stefano Andolina e Giuseppe Cultrera, riguarda la gestione di Argentino all’interno del carcere. Per la tipologia di reato, sostengono, avrebbe dovuto essere collocato in isolamento. Invece fu inserito tra i detenuti comuni. “È stato dato in pasto”, denuncia la madre senza giri di parole. E aggiunge: “Se non gli fosse stata negata la perizia psichiatrica, tutto sarebbe venuto alla luce”.
I segnali del suo stato d’animo
I segnali, secondo Daniela Santoro, c’erano. “Nell’ultimo colloquio si era capito che Stefano era spaventato, preoccupato. Veniva ingiuriato e minacciato. Si era capito che era cambiato qualcosa all’interno del carcere”. Pochi giorni dopo, Stefano è morto.
“È inammissibile che un ragazzo in carcere perda la vita per presunte negligenze. Tante presunte negligenze”, insiste la madre. “La funzione di un carcere non è far perdere la vita ai detenuti, ma dare supporto, tutelare, aiutare e fare scontare la pena”. Una funzione che, a suo dire, nel caso del figlio è venuta meno dal primo giorno in cui cessò il regime di sorveglianza a vista, mantenuto per sole sei settimane.
La pec a Mattarella
La famiglia ha inviato una pec al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Sul cellulare di Stefano, tra testimonianze e prove depositate agli atti, sarebbero state trovate parole che la madre cita come un’eredità e insieme come un mandato: “Questa storia si deve sapere”. “Non scriviamo per vendetta”, precisa Daniela. “Chiediamo verità e giustizia per Stefano. Chiediamo tutela per i detenuti fragili. Chiediamo la certezza che in carcere non si deve morire, ma si deve scontare una pena. Che non ci siano più altri Stefano abbandonati e non tutelati”. La famiglia fa sapere di aver attivato casella di posta elettronica (veritàperstefanoargentino@gmail.com) per raccogliere informazioni utili in forma privata. Il dolore si chiude con una promessa: “Non ci fermeremo finché non verrà fuori la verità e chi è colpevole si renda reo confesso, come lo è stato Stefano”.






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