Il Polo Petrolchimico di Priolo Gargallo è nel mezzo di una trasformazione che non ha precedenti nella sua storia industriale. Eni smantella il vecchio e costruisce il nuovo, Isab cambia proprietà e ridisegna i propri appalti, Sasol taglia una linea produttiva. Tutto si muove, tutto cambia. Tutto, tranne una costante: le imprese siracusane restano a guardare.
Prima sono stati gli istituti di vigilanza. Poi, a ben guardare, il fenomeno non è nuovo: era già accaduto con i metalmeccanici. Il copione è lo stesso: cambio di appalto, arrivo di aziende esterne, manodopera importata da fuori provincia, quando non da fuori regione, e territorio che incassa il danno senza che nessuno si faccia carico di spiegarne le ragioni.
Vigilanza: il silenzio che costa caro
Gli istituti di vigilanza privata della provincia di Siracusa raccontano un’estromissione silenziosa ma sistematica dai principali obiettivi sensibili del petrolchimico: tribunale, porto, siti industriali ad altissimo rischio dove operano decine di guardie giurate armate. A vincere le gare d’appalto non sono stati istituti del siracusano, bensì aziende provenienti da Palermo, Catania, Ragusa e Napoli.
Il meccanismo che descrivono a BlogSicilia gli operatori locali è preciso: bandi che formalmente prevedono requisiti stringenti — presenza di un Punto Operativo Distaccato sul territorio, centrale operativa attiva h24, capacità di intervento immediato in caso di emergenza o calamità — ma la cui verifica nella pratica sarebbe carente o assente. Gli aggiudicatari esterni operano spesso privi di una sede locale effettiva: garantiscono la presenza fisica delle guardie, ma non la struttura operativa che la normativa richiederebbe e che sola consente una risposta tempestiva su obiettivi ad altissimo rischio.
Il paradosso è che l’organo di polizia amministrativa deputato ai controlli si troverebbe nell’impossibilità materiale di effettuarli: non saprebbe fisicamente dove recarsi per verificare requisiti che sulla carta esistono e nella realtà, spesso, no. Nel frattempo il lavoratore che dipende dall’istituto aggiudicatario per firmare un documento o risolvere una questione contrattuale deve spostarsi fuori provincia. E gli introiti generati dal lavoro a Siracusa finiscono altrove.
Il settore della vigilanza privata conta in tutta Italia circa 110.000 guardie giurate armate, una categoria che negli anni ha assorbito funzioni un tempo affidate alle forze dell’ordine: ospedali, tribunali, aeroporti, porti, stazioni ferroviarie, obiettivi industriali sensibili. Un comparto che genera occupazione diffusa e radicata nel territorio. Perdere quegli appalti non significa solo perdere un contratto: significa drenare risorse, ridurre presidi, indebolire una filiera. Eppure il fenomeno si consuma senza che la politica locale abbia alzato la voce in modo strutturato.
Il precedente metalmeccanico: un campanello ignorato
La denuncia dei sindacati metalmeccanici — Fiom Cgil, Fim e Uilm — era arrivata già a novembre 2025 e il tavolo con Confindustria e Federmeccanica si era tenuto solo ad aprile 2026, con mesi di ritardo. Il caso più emblematico è quello dello smantellamento dell’impianto Versalis di Eni: un cantiere ad alto rischio, che richiede conoscenza specifica dei processi e dei layout sedimentata in anni di lavoro, affidato a un’azienda della provincia di Pavia. Una scelta che Antonio Recano della Fiom Cgil Siracusa ha definito “discutibile” — ma che sul piano della sicurezza e del radicamento territoriale ha un peso ben più grave.
Su Isab il meccanismo è analogo: appalti che cambiano mano, imprese locali sostituite con aziende esterne che portano con sé personale non siracusano. La logica è quella del ribasso, il risultato è la progressiva marginalizzazione di competenze costruite in mezzo secolo di presenza industriale. Decisioni che arrivano come fatti compiuti, senza confronto, senza tavoli, senza mandato reale.
SAC: l’isolamento si allarga
C’è un terzo capitolo, apparentemente lontano dal petrolchimico ma che racconta la stessa storia: quella di Siracusa esclusa dai tavoli che contano. La privatizzazione della SAC — la società che gestisce l’aeroporto di Catania Fontanarossa, secondo scalo del Sud Italia — si sta consumando senza che i soci siracusani abbiano espresso un assenso esplicito all’operazione. Non è un dettaglio di forma: la provincia di Siracusa è tra gli azionisti della società, eppure il consiglio di amministrazione che ha deliberato la cessione è privo di rappresentanza siracusana. Decisioni che pesano su un’infrastruttura strategica per l’intera Sicilia orientale vengono prese senza che chi ha titolo per sedersi al tavolo ci sia effettivamente seduto.
Una provincia che perde pezzi
Il filo che lega vigilanza, petrolchimico e SAC non è sottile: è la stessa logica di un territorio che viene attraversato da processi economici e industriali di portata enorme senza riuscire a incidere sulle scelte che lo riguardano. Siracusa produce, ospita, sopporta. Ma quando si tratta di decidere, di aggiudicare, di redistribuire, il peso specifico del territorio sembra evaporare.






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