Il boato è arrivato prima dell’alba. Non da Priolo, non dalle ciminiere che segnano l’orizzonte di Augusta come torri di un castello industriale. Il boato è arrivato dallo Stretto di Hormuz, a cinquemila chilometri di distanza, quando i missili americani e israeliani hanno colpito le infrastrutture dell’Iran e il prezzo del petrolio ha cominciato a impazzire. Nel giro di quarantotto ore, alla pompa di benzina sotto casa, i siciliani si sono ritrovati a fare i conti con rincari che sembravano impossibili fino al giorno prima.

Benzina oltre i due euro. Gasolio che superava la stessa soglia, per la prima volta da ottobre 2023. Secondo le stime di Codacons, una famiglia con due figli rischia di spendere fino a 165 euro in più all’anno solo di carburante, in uno scenario di guerra prolungata. Per le imprese di autotrasporto — e la Sicilia ne è piena, perché su un’isola tutto si muove su gomma — i conti sono ancora più dolorosi: CNA Fita Sicilia ha calcolato aumenti di 3.000 euro a breve termine per ogni azienda, destinati a superare i 15.000 euro se la crisi dovesse durare.

Fin qui, niente di diverso da quello che vivono un automobilista di Torino, uno di Napoli o uno di Palermo. E proprio questo è il punto. Perché a Palermo, ad Augusta, a Siracusa, il caro-carburante non è solo un problema economico. È una beffa. Una beffa che dura da settant’anni.

La fabbrica sotto casa

A trenta chilometri da Siracusa, tra Augusta, Priolo Gargallo e Melilli, esiste un mondo a parte. Trentadue chilometri di costa che Tomasi di Lampedusa aveva definito «il più bel posto della Sicilia» prima che arrivassero le ciminiere. Oggi è il più grande polo petrolchimico d’Italia, il secondo in Europa. Un gigante industriale che tratta ogni anno milioni di tonnellate di greggio, trasformandolo in benzina, gasolio, GPL, prodotti petrolchimici. Il carburante che alimenta le auto, i camion, gli aeroplani. Il carburante che i siciliani vanno a comprare al distributore, pagando gli stessi prezzi del resto d’Italia.

Il cuore di questo sistema è la Raffineria ISAB — acronimo di Industria Siciliana Asfalti e Bitumi — nata nel 1975, passata di mano più volte (ERG, poi Lukoil, infine la cipriota GOI Energy che l’ha rilevata nel 2023 dopo la crisi scatenata dalle sanzioni alla Russia per la guerra in Ucraina). Con una capacità di raffinazione di 16 milioni di tonnellate di greggio l’anno, ISAB è il più grande impianto di raffinazione d’Italia, coprendo da sola circa il 25% del fabbisogno nazionale di carburante. Un quarto di ogni litro di benzina o gasolio venduto in Italia parte da qui.

A fianco di ISAB c’è la Raffineria di Augusta, già di proprietà Esso, acquistata nel 2018 dalla compagnia algerina Sonatrach — il primo investimento internazionale nella raffinazione della società nordafricana. Sonatrach può trattare fino a 8 milioni di tonnellate di greggio l’anno e conta 660 dipendenti diretti, con un indotto che si moltiplica. Insieme, le due raffinerie — e gli altri impianti del polo, tra cui Versalis-Eni, Sasol Italy, Air Liquide — rappresentano, secondo i dati di Confindustria Siracusa, una capacità complessiva di 19,4 milioni di tonnellate, pari al 22,2% del totale nazionale.

IL POLO IN NUMERI

▸  ISAB: 16 milioni di tonnellate/anno di capacità — 25% del fabbisogno nazionale
▸  Sonatrach Augusta: 8 milioni di tonnellate/anno
▸  Totale polo siracusano: 22,2% della capacità italiana
▸  1.000 dipendenti diretti ISAB, 2.000 nell’indotto
▸  Il petrolchimico genera il 51% del PIL della provincia di Siracusa
▸  Oltre il 66% dell’export siciliano proviene dalla sola provincia di Siracusa (dati 2022)

«La maggior parte del carburante venduto nei distributori delle regioni del Sud arriva da qui» ha ricordato più volte Confindustria Siracusa. Non è un dettaglio: significa che ogni volta che un siciliano, un calabrese, un campano fa il pieno, è quasi certo che quel carburante sia stato raffinato sul suolo siciliano. Ma alla pompa non c’è nessun «made in Sicilia» che si traduce in un centesimo di risparmio.

Come nasce il prezzo alla pompa e perché la Sicilia non conta

Per capire il paradosso siciliano, bisogna smontare il meccanismo del prezzo alla pompa pezzo per pezzo. Quello che l’automobilista vede sul display del distributore è il risultato di tre grandi blocchi: il costo industriale del carburante (che comprende il prezzo del greggio, i costi di raffinazione e di logistica), i margini lordi della filiera (compagnie petrolifere e gestori degli impianti), e la componente fiscale, cioè le accise più l’IVA.

Secondo le rilevazioni del MIMIT (Ministero delle Imprese e del Made in Italy) del 23 febbraio 2026, appena prima dello scoppio della guerra in Iran, la componente fiscale pesava per 0,972 euro al litro sulla benzina e per 0,980 euro al litro sul gasolio — rispettivamente il 59% e il 58% del prezzo finale. In pratica, su ogni litro di benzina che costate circa 1,65-1,70 euro a inizio 2026, oltre un euro andava allo Stato. Se i Paesi produttori ci regalassero il greggio, gli italiani pagherebbero ancora circa 1,08 euro al litro per la benzina e 0,97 euro per il gasolio: solo di tasse.

 COME SI FORMA IL PREZZO ALLA POMPA (valori pre-guerra, feb. 2026)

Benzina (self service, media nazionale ~1,65 €/litro):
• Costo industriale (greggio + raffinazione + logistica + margini): ~0,68 €/litro (41%)
• Accise: ~0,673 €/litro  (dal 1° gennaio 2026 uniformate a 672,90 €/1.000 litri)
• IVA (22%, calcolata anche sulle accise): ~0,299 €/litro
• Totale fiscale: ~0,972 €/litro (59%)

Gasolio (self service, media nazionale ~1,67 €/litro):
• Costo industriale: ~0,69 €/litro (42%)
• Accise: ~0,673 €/litro
• IVA: ~0,307 €/litro
• Totale fiscale: ~0,980 €/litro (58%)

Fonte: MIMIT, rilevazioni ufficiali feb. 2026; elaborazione Quattroruote/Automoto.it

Il prezzo del greggio — la materia prima — è fissato ogni giorno sui mercati internazionali, con riferimento al Brent del Mare del Nord. Non conta dove il petrolio viene fisicamente trasformato: è il mercato globale a determinare il valore dei prodotti raffinati, attraverso indici come il Platts, che costituisce il parametro di riferimento per il 90% delle prime 250 compagnie energetiche mondiali. Questo significa che anche se una raffineria siciliana lavora petrolio libico o algerino — che percorre rotte molto più brevi rispetto a quello del Golfo Persico — il prezzo finale del prodotto finito (benzina, gasolio) viene calcolato sulla base delle quotazioni internazionali, non dei costi effettivi di approvvigionamento locale.

In sintesi: la logistica conta poco, il mercato mondiale comanda tutto. E le accise — quelle favolose 19 voci accumulate nei decenni (dalla guerra d’Etiopia del 1935 al terremoto dell’Aquila del 2009, dalla crisi libica del 2011 alle missioni in Bosnia) — non si riducono di un centesimo solo perché il carburante è stato prodotto a dieci chilometri da casa.

In Europa, chi raffina paga di meno? La risposta è più complicata

La domanda che i siciliani si pongono da decenni è legittima: in altri paesi o regioni europee, dove si raffina, il carburante costa meno? La risposta è ambivalente. Il meccanismo del mercato unico europeo tende ad uniformare i prezzi dei prodotti raffinati, ma le differenze fiscali tra paesi — e, in Italia, tra regioni — possono creare sacche di vantaggio.

In Val d’Aosta, ad esempio, i prezzi della benzina sono storicamente tra i più bassi d’Italia: a inizio marzo 2026, le stazioni di servizio più economiche della valle registravano prezzi attorno a 1,63-1,64 euro al litro, contro medie nazionali superiori. La ragione non è la vicinanza a raffinerie, ma il fatto che la Val d’Aosta gode di un regime fiscale speciale in quanto regione autonoma, con la possibilità di ridurre l’accisa regionale sui carburanti. Analogamente, la Basilicata — regione produttrice di petrolio — ha goduto in passato di sconti sui carburanti legati alle royalties estrattive, poi ridimensionati. In Spagna, dove la tassazione sui carburanti è strutturalmente più bassa che in Italia, il gasolio costa mediamente 20-30 centesimi in meno al litro, non per ragioni di raffinazione ma di politica fiscale.

La risposta, quindi, è: non è la vicinanza fisica alla raffineria a determinare il prezzo più basso, ma la scelta politica di redistribuire i benefici economici della produzione locale attraverso riduzioni fiscali. Ed è esattamente questo il nodo irrisolto della Sicilia.

La lunga battaglia degli sconti negati

Non è una storia nuova. Anzi, è una storia vecchia come il petrolchimico stesso. Dal momento in cui le prime ciminiere si alzarono sulla baia di Augusta, negli anni Cinquanta, la questione di un trattamento fiscale privilegiato per i siciliani ha attraversato ogni stagione politica: regionali, governi nazionali, maggioranze di centrosinistra e centrodestra, presidenti di regione di ogni colore. Il risultato è sempre lo stesso: nulla di fatto.

Nel 2012 l’Assemblea Regionale Siciliana approvò una legge-voto chiedendo al Parlamento nazionale la modifica dell’articolo 36 dello Statuto Siciliano, per riconoscere alla Regione le accise sui prodotti petroliferi raffinati e immessi in consumo nell’isola, e una retrocessione del 20% delle accise sui prodotti esportati nelle altre regioni. Il Parlamento non recepì mai la proposta.

Più di recente, l’ex assessore regionale all’Economia Gaetano Armao ha portato avanti  la battaglia per un riparto delle accise tra Stato e Regione. «In Sicilia si raffina circa il 50% del prodotto petrolifero nazionale e nulla resta alla Sicilia come tassazione» ha dichiarato Armao. «Lo Statuto non poteva certo prevedere l’installazione in Sicilia delle raffinerie, né l’estrazione di petrolio nel territorio dell’isola, e non le include tra le tasse che dovrebbero rimanere nelle casse della Regione. Ma adesso occorre riconoscere il diritto della Sicilia a una parte dei ricavi prodotti dalle accise». La cifra in gioco si aggirerebbe sui nove miliardi di euro annui.

Anche durante la campagna elettorale per le regionali del 2017, il futuro presidente Nello Musumeci promise ai siciliani la defiscalizzazione dei carburanti attraverso un decreto attuativo dell’articolo 36 dello Statuto.  Le ragioni addotte per non procedere allo sconto sono sempre le stesse: l’impatto sul gettito statale (le accise sui carburanti portano allo Stato circa 25 miliardi di euro l’anno), la difficoltà di giustificare un vantaggio territoriale rispetto al mercato unico europeo, e il timore di effetti distorsivi sulla concorrenza. Ma c’è un argomento più sottile, e più scomodo, che aleggia in ogni discussione sul tema.

Il nodo ambientale

Riconoscere un ristoro economico ai siciliani per la presenza del petrolchimico significherebbe ammettere che quella presenza ha un costo. Un costo ambientale e sanitario documentato, devastante. Augusta, Priolo, Melilli e Siracusa formano il Sito di Interesse Nazionale (SIN) di Priolo: 5.814 ettari a terra e oltre 10.000 a mare da bonificare.

L’ISPRA ha censito oltre 13 milioni di metri cubi di sedimenti nocivi nel solo fondale della rada di Augusta.
Il Rapporto Sentieri (2023) documenta eccessi di mortalità per tumori polmonari, mesoteliomi e tumori al seno. Ad Augusta i tassi tumorali sono i più alti dell’intera provincia di Siracusa. Don Palmiro Prisutto, parroco di Augusta,
legge ogni 28 del mese i nomi delle vittime del cancro: oltre 1.200 dall’inizio della sua lista nel 2014.

Le bonifiche

È questa, probabilmente, la vera ragione di tutto. Perché ammettere che si deve uno sconto significa implicitamente riconoscere che c’è un danno da compensare. E ammettere il danno significa aprire un fronte enorme: le bonifiche del SIN di Priolo, tra i quattro Siti di Interesse Nazionale della Sicilia (insieme a Gela, Milazzo e Biancavilla), restano ancora oggi largamente incomplete. Dei 5.814 ettari a terra perimetrati, solo una piccola percentuale è stata bonificata. Il fondale della rada di Augusta — dove il Ministero dell’Ambiente ha trovato mercurio, piombo, idrocarburi pesanti, esaclorobenzene, diossine e furani — è un problema aperto da decenni.

I provvedimenti della Procura

Nel luglio 2017 il GIP di Siracusa, su richiesta della Procura, aveva posto sotto sequestro la raffineria Esso e i due stabilimenti ISAB, intimando un piano di intervento per ridurre le emissioni. Nel giugno 2022 la stessa Procura ha sequestrato il depuratore consortile IAS di Priolo, accertando che per anni aveva sversato in mare acque inquinate. Nel 2024 un’operazione chiamata «No fly» ha portato a 19 indagati per immissione nell’aria di quantità di idrogeno solforato e idrocarburi non metanici oltre i limiti di legge. Sono sostanze che, come spiega il Rapporto Sentieri, «possono causare la morte anche in 5 minuti».

Il petrolchimico ha dato lavoro, ha salvato dalla miseria migliaia di famiglie del Siracusano negli anni del dopoguerra, ha creato un sistema industriale che ancora oggi genera il 51% del PIL della provincia. Ma il prezzo pagato in termini di salute e territorio è documentato con fredda precisione dai rapporti istituzionali. E finché quella partita non viene regolata, lo sconto alla pompa resta un tabù politico: troppo pericoloso da concedere, perché obbligherebbe ad aprire il capitolo delle responsabilità.

Se si volesse quantificare lo sconto potenziale, bastano pochi calcoli. Se le accise siciliane fossero ridotte anche solo del 20% — la quota che la Regione chiedeva di trattenere sulle accise dei prodotti esportati — un litro di benzina costerebbe ai siciliani circa 0,13-0,14 euro in meno. Non una rivoluzione, ma un risparmio tangibile: su un pieno da 50 litri, circa 7 euro. Su base annua, per una famiglia con due auto, potrebbe significare 200-300 euro di risparmio. Ma la cifra che lo Stato dovrebbe rinunciare a incassare dalla sola Sicilia ammonterebbe a centinaia di milioni di euro l’anno — e nessun governo è disposto a fare questo sacrificio senza ricevere qualcosa in cambio.

Il vento di guerra e il polo strategico

La crisi aperta dall’operazione militare americana e israeliana contro l’Iran — ribattezzata «Ruggito del Leone» e scattata il 28 febbraio 2026 — ha rimescolato le carte in maniera drammatica. Lo Stretto di Hormuz, attraverso cui passa il 20% del petrolio mondiale, è di fatto bloccato: centinaia di petroliere sono ferme in attesa di ordini, le compagnie di navigazione hanno sospeso le prenotazioni per l’intera regione. Il prezzo del Brent è schizzato oltre gli 80 dollari al barile, con proiezioni che nelle settimane più agitate hanno sfiorato i 100 dollari. Il gasolio ha raggiunto i massimi dal febbraio 2025.

In questo contesto, il petrolchimico siracusano ha assunto un’importanza strategica ancora più evidente. «Le raffinerie ISAB e Sonatrach di Augusta non dipendono in modo rilevante dal greggio proveniente dal Medio Oriente o dalle rotte che attraversano Hormuz» ha spiegato Gian Piero Reale, presidente di Confindustria Siracusa. «Nel settore della raffinazione gli acquisti di petrolio avvengono con programmazione mensile e gli impianti dispongono normalmente di un’autonomia di almeno trenta giorni». Questo significa che, nell’immediato, la Sicilia non rischia di restare senza carburante. Ma sul prezzo — determinato dai mercati globali — non può fare nulla.

C’è però un’altra dimensione che la guerra ha portato alla luce. Il polo petrolchimico siracusano, collocato al centro del Mediterraneo, a metà strada tra il Canale di Suez e Gibilterra, è una infrastruttura strategica di rango europeo. Dopo la crisi Lukoil del 2022 — quando le sanzioni alla Russia avevano messo a rischio la chiusura di ISAB con la perdita di migliaia di posti di lavoro — il governo italiano aveva inserito l’impianto tra gli «asset strategici nazionali», attivando il golden power e varando un decreto-legge specifico per garantirne la continuità operativa. Oggi, con i venti di guerra nel Mediterraneo che non accennano a placarsi, quella classificazione strategica pesa ancora di più. Un impianto che produce un quarto della benzina italiana, situato in posizione vulnerabile, con un background di controversie ambientali, proprietà cipriota (ex russa) e trattative di acquisizione in corso da parte della società italiana Ludoil Energy, è un obiettivo sensibile sotto qualsiasi punto di vista — economico, industriale, e, in uno scenario bellico allargato, anche militare.

Quanto pesa il petrolchimico e cosa ci rimane

Guardando i numeri, si capisce meglio la dimensione del paradosso. Nel 2022, anno di prezzi energetici alle stelle, Sonatrach aveva chiuso il bilancio con 7,2 miliardi di euro di ricavi in Sicilia, diventando la prima azienda dell’isola per fatturato. ISAB, pur attraversando le difficoltà della transizione da Lukoil a GOI Energy, si attestava su cifre miliardarie. La sola provincia di Siracusa, grazie al petrolchimico, aveva visto le proprie esportazioni passare da 6,3 a quasi 11 miliardi di euro: il 66,5% dell’export siciliano totale.

Eppure la Sicilia non trattiene praticamente nulla di questa ricchezza in termini fiscali sui carburanti. Gli operai dell’ISAB — circa mille dipendenti diretti e duemila nell’indotto — hanno uno stipendio. Le aziende pagano le tasse sui profitti. Ma le accise sui carburanti raffinati in Sicilia e venduti nel resto d’Italia — una parte rilevante di quei 25 miliardi annui che lo Stato incassa — finiscono tutte a Roma, e da Roma vengono redistribuite secondo criteri nazionali. Alla Sicilia non resta un centesimo in ragione della sua funzione di raffineria del Paese.

È come se la Basilicata, regione produttrice di petrolio, non ricevesse le royalties estrattive (che invece percepisce, seppur in forma ridotta rispetto alle richieste locali). O come se la Val d’Aosta non potesse modulare la propria accisa regionale. Per la Sicilia, nemmeno questo minimo di riconoscimento è mai stato accordato.

E adesso?

La guerra in Iran ha riaperto la ferita. CNA Fita Sicilia ha chiesto al governo regionale la convocazione urgente di un tavolo di crisi, la creazione di un fondo per le imprese di autotrasporto attraverso IRFIS e CRIAS, e un credito d’imposta straordinario a livello nazionale. A Roma il Consiglio dei Ministri stava per approvare, all’inizio di marzo 2026, un decreto per attivare il meccanismo delle accise mobili: un taglio di 4-5 centesimi al litro che avrebbe alleggerito il costo della pompa, ma senza toccare la struttura profonda del sistema.

Quattro o cinque centesimi, su una crisi che spinge il carburante verso i due euro e passa al litro. Mance, direbbe qualcuno a Palermo. Eppure anche quei quattro centesimi vengono erogati in modo uguale a tutti gli italiani: non c’è differenza tra chi vive a Milano e chi vive a dieci chilometri da una raffineria che produce un quarto della benzina del Paese.