Antonio Perna

Giornalista free-lance, tessera Odg 58807, cronista dal 1986 anno in cui l'Italia per la prima volta si connette a Internet

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Il 2025 viene descritto come l’anno della “grande conservazione”: non un ritorno nostalgico al passato, ma la fine di ogni spinta trasformativa. 

L’egemonia culturale non è più oggetto di conflitto: è stata metabolizzata, neutralizzata, resa sistema. Nessun grande capolavoro, nessuna rottura estetica o ideologica, nessuna vera avanguardia. 

La crisi dell’editoria convive con il solito trionfo del romanzo medio; il dibattito pubblico è saturo, autoreferenziale, incapace di produrre dissenso autentico.

La “sintesi” – parola chiave dell’anno – non genera nuovo pensiero, ma addomestica le differenze. Destra e sinistra si incontrano non in un progetto, ma in una stanchezza comune. 

Il conformismo non è più imposto: è desiderato. I conflitti (genere, linguaggio, identità, potere) si sono fatti rituali, prevedibili, innocui.

Nel frattempo, il linguaggio si svuota: i social sostituiscono le parole con segni, meme, suoni; l’intelligenza artificiale prende il posto della scrittura; la reputazione vale più del contenuto.

 La letteratura resiste solo come intrattenimento o come bene museale.

Anche le polemiche sul “woke” appaiono ormai residui di un dibattito evaporato.

Il risultato è un anno che non cade e non cresce: tutto resta in piedi perché nulla si muove.

Il 2025 non passerà alla storia. E non per colpa della storia, che in fondo è paziente, ma per colpa nostra, che abbiamo deciso di non disturbarla.

È l’anno in cui tutti hanno vinto e nessuno ha combattuto. La cultura non è morta: si è messa comoda. Ha smesso di fare domande e si è data risposte preventive, possibilmente innocue. La chiamano sintesi. Un tempo si chiamava compromesso; oggi è solo paura di restare soli.

Non ci sono scandali, perché non c’è più nulla da scandalizzare. Non ci sono capolavori, perché il capolavoro è rischioso: divide, esclude, mette in imbarazzo. Meglio il libro che “si legge bene”, l’idea che “fa discutere ma non troppo”, l’opinione che non costa amicizie.

La destra governa la cultura parlando di neutralità. La sinistra la difende parlando di inclusione. Entrambe la tengono ferma, come si fa con i soprammobili ereditati: non piacciono, ma non si buttano.

Intanto il linguaggio si ritira, come il mare prima della secca. Al suo posto arrivano faccine, abbreviazioni, numeri. Non è barbarie: è economia. Pensare costa fatica, scrivere espone, capire implica responsabilità. Meglio reagire. Un like è più prudente di una frase.

Ci avevano promesso rivoluzioni: digitali, sociali, morali. Abbiamo ottenuto aggiornamenti di sistema. Funzionano tutti, ma non portano da nessuna parte.

Il 2025 è l’anno in cui abbiamo scoperto che il vero conservatorismo non è difendere il passato, ma impedire il futuro. Senza rumore. Senza nemici. Con grande, educatissima soddisfazione.

E guai a chi prova a stonare: non verrà censurato. Peggio. Verrà ignorato.

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