Il digiuno intermittente è davvero una scelta salutare per tutti? Negli ultimi anni è diventato uno dei regimi alimentari più seguiti e discussi, spesso presentato come una soluzione semplice per dimagrire, “ripulire” l’organismo e migliorare la salute metabolica. Ma la ricerca scientifica più recente racconta una storia più articolata. Accanto a risultati promettenti su metabolismo e cervello, emergono infatti segnali di possibile aumento del rischio cardiovascolare, soprattutto quando il digiuno viene praticato in modo rigido e prolungato.
Il tema è tornato al centro del dibattito dopo la pubblicazione di un maxi studio epidemiologico che ha analizzato i dati di oltre 19.000 adulti, mettendo in discussione l’idea che l’intermittent fasting sia sempre e comunque privo di rischi. Allo stesso tempo, nuove ricerche mostrano effetti sorprendenti sul cervello, soprattutto nelle persone con obesità. Due filoni che vanno letti insieme, evitando semplificazioni.
Il digiuno intermittente non è una dieta unica, ma un insieme di schemi alimentari basati sull’alternanza tra periodi in cui si mangia e periodi di astensione dal cibo. Il più diffuso è il modello 16:8, che prevede 16 ore di digiuno e una finestra di 8 ore per consumare i pasti. Una formula che ha conquistato milioni di persone, anche grazie alla sua apparente semplicità.
Cos’è il digiuno intermittente e perché piace così tanto
Chi lo segue lo fa per motivi diversi: perdere peso, migliorare i parametri metabolici, aumentare la concentrazione o sentirsi più “leggeri”. Studi di breve durata hanno effettivamente mostrato alcuni benefici:
- miglioramento della sensibilità insulinica;
- riduzione dell’infiammazione;
- perdita di peso;
- possibile attivazione di meccanismi di “riparazione” cellulare.
Ma proprio su questa narrazione positiva si inseriscono le prime voci critiche.
Il parere dei nutrizionisti: non è una soluzione universale
Una parte della comunità scientifica invita da tempo alla prudenza. Il digiuno intermittente, ricordano gli esperti, non è una soluzione strutturale per tutti.
Lo ha spiegato chiaramente il professor Giorgio Calabrese, intervenendo in una recente trasmissione televisiva:
“Il digiuno significa saltare pasti, in maniera aulica lo chiamiamo intermittente. Se mangiamo meno, abbiamo un’attività antinfiammatoria più importante. Un conto è fare digiuno perché ci sono problemi di salute, magari a livello metabolico o epatico, e si cerca di limitare la quantità di grassi. Un altro conto è digiunare per dimagrire”.
Il punto centrale, sottolineano molti nutrizionisti, è che la qualità di ciò che si mangia conta almeno quanto l’orario.
Il maxi studio che accende l’allarme sul cuore
A rimettere in discussione il digiuno intermittente è stato un ampio studio che ha analizzato le abitudini alimentari e gli esiti di salute di oltre 19.000 adulti, monitorati per un periodo di otto anni.
I risultati sono stati inattesi. Le persone che consumavano cibo in una finestra inferiore alle otto ore al giorno mostravano un rischio di morte per malattie cardiovascolari superiore del 135% rispetto a chi distribuiva i pasti su 12–14 ore.
A spiegare la portata della scoperta è il primo autore dello studio, il professor Victor Wenze Zhong, epidemiologo della Facoltà di Medicina dell’Università Jiao Tong di Shanghai:
“La scoperta inaspettata è che rimanere per anni legati a una finestra alimentare breve, inferiore alle otto ore, è stato collegato a un aumento del rischio di morte per malattie cardiovascolari”.
Un dato che contrasta con la convinzione, diffusa grazie a studi di breve periodo, secondo cui l’alimentazione a tempo limitato migliorerebbe automaticamente la salute cardiaca.
Cosa significa “rischio cardiovascolare aumentato”
È importante chiarire che lo studio non dimostra un rapporto diretto di causa-effetto. Come sottolineato anche da analisi indipendenti, il legame con la mortalità complessiva è risultato debole e non sempre coerente.
Diverso, però, il discorso per le malattie cardiovascolari. Il rischio aumentato indica una maggiore probabilità, nel tempo, di sviluppare eventi come infarto o ictus, soprattutto in soggetti con:
- diabete;
- cardiopatie preesistenti;
- abitudine al fumo.
In queste categorie, la restrizione alimentare rigida potrebbe rappresentare un fattore di stress aggiuntivo per l’organismo.
I possibili benefici sul cervello: l’altra faccia del digiuno
Accanto a questi segnali di cautela, un filone di ricerca più recente apre scenari interessanti sul fronte neurologico. Uno studio pubblicato nel 2026 sulla rivista Acta Physiologica ha analizzato gli effetti del digiuno intermittente sul cervello in modelli sperimentali di obesità.
La ricerca, frutto di una collaborazione internazionale che coinvolge anche la Scuola Superiore Sant’Anna, il Cnr e l’Università di Pisa, ha messo a confronto tre regimi:
- dieta occidentale ricca di grassi;
- dieta bilanciata tradizionale;
- digiuno intermittente con dieta bilanciata alternata a digiuni di 24 ore.
Tutti e tre i regimi “corretti” hanno portato benefici metabolici simili. Ma solo il digiuno intermittente ha mostrato effetti significativi su comportamento e ansia, con una riduzione dell’infiammazione cerebrale.
Il ruolo del succinato e la salute mentale
Analizzando i metaboliti, i ricercatori hanno individuato una “firma metabolica” specifica del digiuno intermittente, legata al succinato, una molecola che collega metabolismo e cervello.
Come spiega il ricercatore Andrea Tognozzi:
“Sorprendentemente, somministrare succinato da solo riproduce gran parte degli effetti del digiuno a intermittenza, soprattutto a livello di cambio di comportamento e diminuzione di ansia; come se la molecola fosse il ‘segreto’ del digiuno intermittente”.
Secondo la coordinatrice dello studio, Paola Tognini:
“Grazie a questo studio, potremmo sviluppare approcci nutrizionali o farmacologici mirati a modulare il succinato per prevenire non solo il diabete e altre malattie cardiometaboliche, ma anche i disturbi dell’umore e il declino cognitivo associati all’obesità”.
Benefici sì, ma non per tutti
Il quadro che emerge è chiaro: il digiuno intermittente non è una strategia universale. Può offrire benefici in contesti specifici, ma presenta anche rischi, soprattutto se adottato come stile di vita permanente.
Tra i possibili effetti negativi segnalati dagli esperti:
- carenze nutrizionali;
- aumento del colesterolo;
- fame eccessiva;
- irritabilità e mal di testa;
- scarsa aderenza nel lungo periodo;
- perdita di massa muscolare, soprattutto negli anziani.
La perdita di muscolo, in particolare, è un fattore spesso sottovalutato, ma cruciale per la salute cardiovascolare e la funzionalità generale.
Conta più cosa mangiamo o quando mangiamo?
Molti specialisti concordano su un punto: la qualità degli alimenti resta centrale. Concentrarsi esclusivamente sull’orario dei pasti rischia di far passare in secondo piano:
- fibre;
- micronutrienti;
- proteine di qualità.
Come sottolineano diversi endocrinologi, ridurre l’apporto calorico totale produce spesso benefici simili a quelli del digiuno intermittente, senza imporre una restrizione oraria così rigida.
Lo sapevi che…?
Il cosiddetto “switch metabolico” attivato dal digiuno – il passaggio dall’uso del glucosio a quello di grassi e chetoni – può essere ottenuto anche con una dieta equilibrata e attività fisica regolare, senza saltare i pasti.
FAQ – Le domande più cercate sul digiuno intermittente
Il digiuno intermittente fa sempre bene al cuore?
No, alcuni studi indicano un possibile aumento del rischio cardiovascolare se praticato a lungo.
Il modello 16:8 è sicuro per tutti?
No, soprattutto per chi ha diabete, problemi cardiaci o fuma.
Aiuta davvero a dimagrire?
Può favorire la perdita di peso, ma non è superiore a una dieta ipocalorica ben strutturata.
Può migliorare il benessere mentale?
Alcune ricerche suggeriscono benefici sul cervello, soprattutto in contesti di obesità.






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