Quando la terra si muove e le case diventano improvvisamente inagibili, non crollano soltanto muri e strade. Crollano certezze, abitudini, punti di riferimento interiori. La frana che ha colpito Niscemi, costringendo numerose famiglie a lasciare le proprie abitazioni, ha aperto una ferita non solo urbanistica ma anche profondamente psicologica.
In situazioni come questa le prime reazioni sono quasi sempre di shock e incredulità. Molte persone raccontano di aver visto crepe aprirsi nei muri o parti di strada sbriciolarsi in pochi istanti. La mente fatica ad accettare che ciò che sembrava stabile possa diventare improvvisamente pericoloso.
Shock e paura: le prime ore
Nelle prime fasi prevalgono stordimento e paura. È una risposta fisiologica a un evento improvviso e minaccioso. Il corpo entra in stato di allerta, aumentano i livelli di stress, il sonno si altera. Alcuni possono manifestare tremori, difficoltà di concentrazione, irritabilità.
La sensazione dominante è la perdita di controllo. La casa rappresenta sicurezza, protezione, identità. Quando viene meno, si attiva una vulnerabilità profonda.
L’ansia del “non sapere”
Dopo l’emergenza immediata, subentra l’ansia per il futuro. Quando si potrà tornare? Sarà possibile rientrare? Dove si vivrà nel frattempo? L’incertezza prolungata è uno degli elementi psicologicamente più destabilizzanti.
Le famiglie evacuate devono riorganizzare in fretta la propria quotidianità: trovare una sistemazione temporanea, rassicurare i figli, gestire pratiche burocratiche. Questo sovraccarico può generare tensioni familiari e senso di impotenza.
Nei bambini, in particolare, possono comparire regressioni comportamentali, difficoltà nel sonno o paure improvvise. Negli anziani, la dislocazione forzata può accentuare sentimenti di disorientamento e tristezza.
Il lutto per la casa
Abbandonare un’abitazione non è solo un problema logistico. È un vero e proprio lutto simbolico. Dentro quelle mura si concentrano ricordi, fotografie, oggetti ereditati, tappe di vita.
Molte persone, quando possono rientrare anche solo per pochi minuti a recuperare effetti personali, scelgono prima di tutto oggetti carichi di significato affettivo. Questo dimostra quanto la casa sia un contenitore di memoria e identità.
Il dolore per la perdita può manifestarsi con tristezza profonda, nostalgia, ma anche con negazione o minimizzazione iniziale.
Rabbia e ricerca di responsabilità
Accanto alla paura e alla tristezza può emergere la rabbia. È una reazione naturale di fronte a una percezione di ingiustizia o di mancata prevenzione. Individuare una causa o una responsabilità aiuta, psicologicamente, a dare un senso a ciò che è accaduto.
Se però questa emozione non trova uno spazio di ascolto e di confronto, può trasformarsi in conflitto o sfiducia generalizzata.
La forza della comunità
Nonostante la difficoltà, situazioni come quella di Niscemi mostrano anche la capacità di solidarietà di una comunità. Il sostegno reciproco tra vicini, l’accoglienza nelle strutture temporanee, la condivisione delle esperienze sono fattori che favoriscono la resilienza.
Parlare di ciò che si prova è fondamentale. Dare un nome alle emozioni aiuta a non esserne sopraffatti. Il supporto psicologico, soprattutto nelle prime fasi, può prevenire la cronicizzazione di stati d’ansia o di stress post-traumatico.
Ricostruire dentro e fuori
La ricostruzione non riguarda soltanto edifici e infrastrutture. Riguarda anche il senso di sicurezza personale e collettiva. Servono interventi tecnici, ma anche spazi di ascolto e accompagnamento psicologico per chi ha vissuto l’esperienza del crollo e dello sfollamento. Perché quando la terra si spacca sotto i piedi, la vera sfida è tornare a sentirsi stabili dentro.
Jlenia Baldacchino -Psicologa e Psicoterapeuta






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