Sono parole nette, che parlano di “condotta reiterata e spregiudicata”, di “ruolo promotore” e di “abuso sistematico della funzione pubblica”. Nelle oltre 500  pagine di motivazioni depositate dal prende forma il quadro che ha portato alla condanna in primo grado di due poliziotti della Squadra Mobile della Questura aretusea: 27 anni di reclusione per Rosario Salemi, 26 per Giuseppe Iacono. Una sentenza pesante, destinata a segnare uno dei passaggi più delicati nella storia recente della provincia. Ma è pur sempre un giudizio di primo grado: le difese hanno già annunciato ricorso in appello.

La vicenda

Secondo la tesi della Procura, i due poliziotti, che vennero arrestati nell’ottobre del 2022, per circa 10 anni avrebbero commerciato droga, anzi, nelle indagini sarebbe emerso che avrebbero venduto partite di stupefacenti che erano state sequestrate a seguito di varie operazioni delle forze dell’ordine contro lo spaccio.  Sotto processo sono finiti anche due presunti esponenti del clan Bronx, con cui, secondo i magistrati, gli agenti avrebbero instaurato rapporti d’affari: Giancarlo De Benedictis e Riccardo Di Falco, condannati entrambi ad un anno di reclusione. Una parte importante delle indagini si è fondata sul contributo di Francesco Cesco Capodieci, l’ex boss del clan Bronx ed ex collaboratore di giustizia e di Massimiliano Mandragona, altro pentito: il primo ha avuto un anno e 10 mesi di reclusione in abbreviato, l’altro 10 mesi.

L’impianto accusatorio accolto dai giudici

Secondo il collegio giudicante, Salemi e Iacono non si sarebbero limitati a singole deviazioni. Avrebbero invece costruito, nel tempo, un vero e proprio “sistema” capace di favorire l’organizzazione criminale denominata “Bronx”, attiva nel traffico di stupefacenti a Siracusa.

Le motivazioni descrivono un intreccio stabile tra apparato investigativo e gruppo criminale. I due agenti – all’epoca in servizio alla Mobile – avrebbero rivelato informazioni riservate sulle indagini in corso, segnalato dispositivi di intercettazione, anticipato operazioni di polizia e consentito così agli affiliati di eludere controlli e sequestri.

Non solo. Per i giudici, le prove raccolte – intercettazioni telefoniche e ambientali, dichiarazioni di collaboratori di giustizia, riscontri documentali – dimostrerebbero anche la sottrazione di droga dai reperti sequestrati durante le operazioni ufficiali. La sostanza stupefacente sarebbe stata sostituita con materiali inerti e poi rimessa in circolazione, alimentando nuovamente il mercato illecito.

“Un ruolo attivo e organizzativo”

Uno dei passaggi centrali delle motivazioni riguarda il ruolo attribuito ai due imputati. Non meri partecipi, ma promotori e garanti di un meccanismo che avrebbe assicurato protezione e continuità alla piazza di spaccio.  Il Tribunale sottolinea come le condotte contestate si siano protratte per un arco temporale significativo, rivelando una strategia consolidata. I giudici parlano di manipolazione di verbali di reperto, di falsificazione di atti pubblici e di interferenze nelle indagini, fino al tentativo – ritenuto provato – di indirizzare sospetti verso colleghi estranei ai fatti. Un comportamento che, secondo la sentenza, avrebbe prodotto un danno “grave e profondo” all’immagine dell’amministrazione e alla credibilità delle istituzioni.

I rapporti con il clan e le pressioni sui collaboratori

Nelle pagine della decisione si fa riferimento anche ai rapporti diretti con esponenti di organizzazioni criminali, tra cui Francesco Capodieci,  boss del Bronx, poi diventato collaboratore di giustizia, salvo poi uscire dal programma come lui stesso ha affermato nei mesi scorsi.

Frequentazioni, scambi di favori, promesse di protezione: elementi che per il collegio giudicante delineano una commistione incompatibile con il ruolo di pubblici ufficiali.  Salemi, in particolare, è stato ritenuto responsabile di pressioni e intimidazioni nei confronti di una donna, Enza Farieri, che sarà risarcita per i danni subiti. Episodi che rafforzano, secondo i giudici, il quadro di un uso distorto e privatistico della funzione.

La sproporzione patrimoniale

Un capitolo decisivo riguarda le indagini economiche. Il Tribunale ha evidenziato una marcata sproporzione tra i redditi dichiarati dai due poliziotti e il loro tenore di vita. Versamenti in contanti, beni e disponibilità finanziarie ritenute incompatibili con le entrate ufficiali hanno portato alla confisca di 260.213,55 euro per Iacono e 209.908,48 euro per Salemi. Numeri che, per i giudici, costituiscono ulteriore riscontro alla partecipazione consapevole a un circuito illecito.

Le pene e le conseguenze accessorie

Oltre alle condanne a 26 e 27 anni di reclusione, il Tribunale ha inflitto multe per complessivi 237 mila euro, disposto l’interdizione perpetua dai pubblici uffici e applicato la misura di sicurezza della libertà vigilata per cinque anni. È stata dichiarata l’estinzione del rapporto di lavoro con l’amministrazione. Riconosciuto anche il diritto al risarcimento per le parti civili, tra cui il Ministero dell’Interno e il Ministero della Giustizia, oltre ad alcuni ispettori coinvolti indirettamente nelle manovre di depistaggio. Sono Claudia Catania, difesa dall’avvocato Luigi Latino, e Giuseppe Mallia, assistito dall’avvocato Vanessa Greco, in un primo momento coinvolti nell’inchiesta della Procura, salvo poi essere del tutto scagionati con l’archiviazione, peraltro richiesta dagli stessi magistrati.

L’incredulità di Siracusa

L’arresto dei due agenti, entrambi volti noti negli ambienti investigativi della provincia, aveva suscitato incredulità e sconcerto a Siracusa. In una realtà dove la Squadra Mobile rappresenta il presidio simbolico della lotta alla criminalità organizzata, l’idea di una collusione interna aveva scosso profondamente l’opinione pubblica. Le motivazioni oggi depositate restituiscono, secondo i giudici, il quadro di una frattura interna allo Stato, consumata proprio nel settore deputato al contrasto dei traffici illeciti.

Il prossimo capitolo: l’appello

La partita giudiziaria, però, non è chiusa. La sentenza è di primo grado e la difesa dei due poliziotti – composta dagli avvocati Giuseppe Forestiere, Sebastiano Troina, Fabiola Fuccio, Pietro Nicola Granata, Salvatore Liotta – ha annunciato appello, contestando l’impianto probatorio e la lettura delle intercettazioni. Saranno i giudici di secondo grado a riesaminare fatti e responsabilità.  Per ora restano le parole del Tribunale, che descrivono un sistema in cui la divisa – anziché argine – sarebbe diventata strumento di copertura. Una ricostruzione severa, destinata a far discutere ancora a lungo.