Partiamo da qui, dal paradosso che racconta tutto. La raffineria Isab di Priolo, nel Siracusano, è uno dei più grandi impianti di lavorazione del petrolio dell’intero bacino mediterraneo. Trasforma greggio in carburante, lo immette nei circuiti commerciali, alimenta buona parte del mercato europeo. Eppure chi vive a pochi chilometri da quelle torri fumanti paga la benzina tra i prezzi più alti d’Italia.
Non è un dettaglio ironico. È la fotografia esatta di un sistema che non funziona – o meglio, che funziona benissimo per qualcuno – ma non per i siciliani. I dati del Ministero delle Imprese e del Made in Italy e degli osservatori indipendenti parlano chiaro: benzina tra 1,82 e 1,89 euro al litro in media sull’Isola, diesel tra 1,67 e 1,74. Un differenziale di 5-15 centesimi al litro rispetto alle regioni del Centro-Nord, che la dice lunga su cosa significhi vivere ,e soprattutto, spostarsi in Sicilia nel 2026. La raffineria Isab trasforma greggio a Priolo e alimenta i mercati europei. Il siciliano che abita a dieci chilometri paga la benzina più cara che in Lombardia.
Perché in Sicilia si paga di più: tre ragioni strutturali
I motivi non sono misteriosi, anche se raramente vengono messi tutti insieme in modo chiaro. Il primo è la concorrenza, o meglio, la sua assenza. In Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, la rete di distributori self-service e pompe bianche (quelle senza marchio) è così fitta da creare una pressione competitiva reale sui prezzi, abbassandoli di 5-15 centesimi rispetto alla media nazionale. In Sicilia quella rete è rada, la concorrenza è bassa, e i gestori non hanno particolari incentivi a tagliare i margini.
Il secondo motivo è la logistica insulare. Portare carburante in Sicilia – via nave, attraverso lo Stretto – ha un costo che non esiste per chi vive in Pianura Padana. Quel costo finisce nel prezzo alla pompa, e il consumatore lo paga senza nemmeno sapere che sta pagando il biglietto del traghetto per il suo gasolio.
Il terzo fattore è il più sottile: la raffineria Isab è inserita in circuiti commerciali internazionali che non hanno come priorità il mercato locale. Il carburante prodotto a Priolo viene venduto dove il mercato lo porta, spesso fuori dall’Isola, e il siciliano acquista il suo diesel attraverso gli stessi canali distributivi nazionali, scontando tutti i costi aggiuntivi dell’insularità senza beneficiare della vicinanza alla fonte.
2026, l’anno del salasso: i numeri sulle famiglie siciliane
Il 2026 ha peggiorato un quadro già difficile. Dal 1° gennaio le accise sul gasolio sono state allineate a quelle della benzina – 67,29 centesimi al litro – con un aumento effettivo di 4,05 centesimi al litro sul diesel (circa 5 centesimi considerando l’IVA). Nel frattempo, le tensioni in Medio Oriente hanno spinto il petrolio Brent oltre i 90 dollari al barile, contro i 66 previsti dal governo nel Documento di Economia e Finanza. Risultato: benzina sopra i 2 euro al litro, gasolio con +10 centesimi rispetto all’anno scorso.
Per una famiglia siciliana con un’auto a diesel – e in Sicilia le auto diesel sono il 60-70% del parco circolante, una quota ben più alta della media nazionale – un pieno da 50 litri costa già 2,5 euro in più rispetto alla media lombarda. Con due rifornimenti al mese, si superano gli 80-100 euro di extra annui solo di carburante. Sommando pedaggi autostradali (cresciuti in media dell’1,57%) e gli altri effetti a cascata, Federconsumatori stima un aggravio totale sui trasporti di circa 163 euro annui a famiglia.
Le famiglie nelle aree rurali – che in Sicilia sono la maggioranza del territorio – subiscono l’impatto più duro. Dove il trasporto pubblico non arriva o arriva male, l’auto non è un’opzione: è l’unica possibilità per andare al lavoro, accompagnare i figli a scuola, raggiungere un ospedale. Tagliare i chilometri non è un’alternativa. Il conto si paga per intero.
Nelle aree rurali siciliane non esiste alternativa all’auto privata. I rincari del carburante non lasciano scelta: si paga e basta.
Imprese a rischio: dall’autotrasporto all’agroalimentare
Se le famiglie soffrono, le imprese siciliane sono in una situazione ancora più critica. L’autotrasporto, che muove tutto, dalle arance di Ribera al pesce di Mazara del Vallo, registra aumenti diretti stimati in circa 3.000 euro per azienda nel breve periodo, con proiezioni oltre i 15.000 euro se la crisi petrolifera dovesse prolungarsi. Per i piccoli trasportatori, spesso a conduzione familiare, sono cifre che possono mettere in discussione la sopravvivenza stessa dell’impresa.
L’agricoltura non se la passa meglio. Il gasolio agricolo ha segnato un rincaro di 20 centesimi al litro: trattori, pompe di irrigazione, mezzi di raccolta — tutto quello che serve a coltivare la terra siciliana costa di più. E quel costo si trasferisce, tappa dopo tappa, fino al prezzo che il consumatore trova sullo scaffale del supermercato. Federconsumatori stima rincari dello 0,5-1,5% sui prodotti agroalimentari, ortofrutta, latticini, carne, con effetti inflattivi che colpiscono soprattutto le fasce più deboli della popolazione.
Il circolo vizioso è completo: i siciliani pagano di più per produrre, pagano di più per trasportare, e pagano di più per acquistare. Il caro-carburante non è uno shock esterno che arriva da fuori – è un moltiplicatore di tutte le fragilità strutturali dell’economia isolana.
Il confronto con il Nord: la forbice che brucia
Per capire davvero quanto pesa questo divario, basta mettere in fila i numeri. Valle d’Aosta e Trentino-Alto Adige vantano i prezzi più bassi d’Italia. Seguono le regioni del triangolo industriale: Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, dove la concorrenza tra distributori è strutturalmente più alta e la logistica non paga il costo dell’insularità.
La differenza rispetto alla Sicilia? Tra 5 e 15 centesimi al litro, a seconda del tipo di carburante e della pompa. Su un pieno da 50 litri di gasolio, sono 2,5-7,5 euro in più ogni volta. Con due rifornimenti al mese: 60-180 euro all’anno di differenza pura, prima ancora di considerare che i siciliani percorrono in media più chilometri – proprio per la mancanza di alternative di trasporto.
È una tassa silenziosa sull’insularità. Non compare in nessuna voce di bilancio dello Stato, non viene rimborsata, non genera titoli di giornale. Ma esce dal portafoglio dei siciliani ogni settimana, ogni anno, da decenni. E i rincari del 2026 l’hanno resa più visibile — e più insopportabile.
Roma si muove: task force, accise mobili e i tempi della politica
Nelle settimane tra fine febbraio e inizio marzo il tema è salito prepotentemente all’attenzione del governo nazionale. La premier Giorgia Meloni ha attivato una task force interministeriale per monitorare i prezzi di energia, carburanti e alimentari: Arera e Guardia di Finanza sono stati incaricati di intensificare i controlli lungo la filiera, con l’obiettivo di identificare comportamenti speculativi. Il ministro Urso ha annunciato un piano operativo condiviso con il titolare dell’Economia Giorgetti, che include la Commissione di allerta prezzi e verifiche immediate sui meccanismi di formazione dei prezzi alla pompa.
La misura più concreta allo studio è quella delle accise mobili. Il meccanismo, introdotto dalla norma Bersani nel 2007 e potenziato nel 2023 dallo stesso governo Meloni, funziona così: quando il prezzo del petrolio supera le soglie indicate nel DEF (per il 2026 il Brent era stato stimato a 66 dollari al barile, oggi è oltre 90), il Ministero dell’Economia può intervenire con un decreto che riduce temporaneamente le accise fisse, compensando il taglio con il maggior gettito IVA generato dai prezzi più alti. In sostanza: lo Stato incassa di più dall’IVA sui rincari e ne restituisce una parte riducendo la tassa fissa sul carburante, senza aggravi per il bilancio pubblico.
L’effetto stimato è una riduzione di 5-10 centesimi al litro alla pompa. Non una rivoluzione. Ma qualcosa. Il provvedimento era in discussione tra il 6 e il 10 marzo; Meloni ha confermato la valutazione in corso. I tempi della politica, però, non sempre coincidono con quelli di chi fa il pieno il venerdì sera — e in Sicilia, dove ogni centesimo conta di più, l’attesa si sente.
Chi aspetta e chi paga
C’è un’immagine che racconta questa storia meglio di qualsiasi dato: un agricoltore del ragusano che fa il pieno del trattore, guarda il contatore girare, e pensa che quel gasolio è stato probabilmente raffinato a cento chilometri da casa sua. È partito da Priolo, ha fatto il giro dei mercati internazionali, ed è tornato in Sicilia a un prezzo che un agricoltore lombardo non pagherebbe mai.
Il caro-carburante del 2026 è una crisi nazionale, ma ha un volto siciliano. Lo ha per la struttura del mercato distributivo, per la dipendenza dall’auto privata, per la debolezza del tessuto produttivo, per la logistica insulare che nessuna norma sulle accise riesce davvero a compensare. Le task force di Roma e i possibili decreti del MEF possono attenuare il colpo — e sarebbe già qualcosa. Ma finché non cambieranno le condizioni strutturali, ogni tempesta sui mercati petroliferi troverà la Sicilia esposta più degli altri. Nel frattempo, le famiglie fanno i conti. Le imprese tagliano dove possono. E il contatore della pompa continua a girare.






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