Il mare, per una volta, non è dalla loro parte. La partenza della Global Sumud Flotilla dal porto di Augusta è slittata: le avverse condizioni meteorologiche hanno costretto gli organizzatori a rimandare la traversata verso la Striscia di Gaza, con domenica come data più probabile per il via. Un contrattempo tecnico, non una battuta d’arresto. La missione resta in piedi, la rotta è tracciata, e la flotta, 63 imbarcazioni pronte a solcare il Mediterraneo, sta ultimando in queste ore le ultime operazioni di concentramento nel porto Xiphonia.

Verso Augusta

I natanti ieri ormeggiati a Siracusa si stanno trasferendo ad Augusta nelle prime ore di questa mattina, dove sono confluiti anche i 38 velieri arrivati dalla Spagna. La composizione internazionale della flotta è ora completa. La sosta siciliana non è solo un’attesa forzata: serve a ultimare interventi di manutenzione indispensabili prima di affrontare una navigazione lunga e non priva di incognite.

I pericoli della missione

Le incognite, del resto, non sono soltanto meteorologiche. Chi guida questa missione le conosce bene, e non le teme. Tony La Piccirella, coordinatore della flottiglia e reduce da due precedenti spedizioni concluse entrambe con la detenzione, lo ha detto chiaramente durante la conferenza stampa di ieri sul molo della Marina di Siracusa: “Lo scenario è piuttosto complicato. Molto dipenderà dalla rotta e da una serie di dettagli che stiamo ancora definendo”. Nella seconda missione, ha ricordato, il centro di detenzione in cui fu trattenuto era talmente vicino alla Striscia che “potevamo sentire i cacciabombardieri passare sopra le nostre teste”. Eppure eccolo ancora qui, pronto a ripartire.

Morte 800 persone dal cessate il fuoco

A tenere viva la tensione morale della missione è Maria Elena Delia, referente della Flotilla, che ieri ha usato parole nette e senza mediazioni: “A Gaza non è cambiato niente dall’anno scorso, nonostante ci stiano dicendo che va tutto bene. Da quando è stato dichiarato il cessate il fuoco sono morte quasi 800 persone”. Un bilancio che smonta la narrazione della tregua e restituisce la misura di una crisi umanitaria che non si è mai fermata. “Ci sono più di mille tendopoli in una striscia di terra di estensione limitatissima — ha aggiunto — dove le persone vivono senza cibo, in condizioni igieniche terrificanti, senza acqua potabile, senza elettricità. E continuano a morire”.

La missione non si limita al trasporto di medicinali e aiuti materiali. A bordo ci sono operatori sanitari, ingegneri, costruttori: profili scelti con cura per dare un segnale preciso su cosa significhi, concretamente, ricostruire. “Sta passando l’idea di una ricostruzione che si traduce invece in speculazione e furto di terra — ha denunciato La Piccirella — che nulla ha a che vedere con la volontà del popolo palestinese”.

Tra le realtà aderenti figura anche Open Arms, organizzazione da anni in prima linea nel Mediterraneo centrale. La portavoce Silvia Bellucci ha ricordato la ferita del 2024, quando la missione a Gaza dovette interrompersi dopo la morte di sette operatori umanitari di una ong che operava insieme a loro. “Abbiamo sempre detto che saremmo tornati non appena fosse stato possibile”, ha dichiarato. Ora quel momento è arrivato.

Domenica, salvo ulteriori imprevisti, le 63 imbarcazioni lasceranno Augusta. L’obiettivo dichiarato è triplice: rompere il silenzio istituzionale, sfidare il blocco che gli organizzatori definiscono illegale, e denunciare quella che chiamano complicità nelle guerre in corso. Il vento, si spera, cambierà. La direzione, però, è già decisa.