Due omicidi in ventiquattro ore non sono una coincidenza. Sono un segnale. Palermo torna a sentire il rumore delle pistole e la città rischia di abituarsi di nuovo a quella sensazione antica e terribile: la violenza come linguaggio quotidiano.

L’omicidio di Placido Barrile al Cep, ucciso con diversi colpi di pistola dentro la sua auto, porta con sé tutti gli elementi dell’esecuzione criminale. Un uomo con precedenti, un quartiere difficile, modalità feroci, colpi al volto e alla testa. Gli investigatori non escludono alcuna pista, ma il contesto parla da solo. ()

La domanda però non è soltanto “chi ha sparato?”. La vera domanda è: perché Palermo sta tornando a sparare?

La risposta più semplice sarebbe dire “la mafia è tornata”. Ma la mafia, in realtà, non se n’è mai andata. Ha solo cambiato pelle. Per anni Cosa Nostra ha scelto il basso profilo: meno sangue, più affari, più infiltrazioni economiche, più droga. Dopo le stragi degli anni Novanta aveva capito che le bombe attiravano troppo Stato, troppi magistrati, troppo esercito. Meglio il silenzio.

Oggi però quel silenzio si incrina.

Nei quartieri popolari di Palermo — Cep, Zen, Borgo Nuovo, Brancaccio — si è creata una miscela devastante: povertà cronica, dispersione scolastica, lavoro nero, traffico di droga e assenza dello Stato. In molti territori lo Stato arriva solo con le pattuglie dopo i morti. Prima non c’è. Non ci sono scuole aperte il pomeriggio, non ci sono presidi culturali, non ci sono opportunità. E dove lo Stato arretra, la criminalità occupa spazio.

La droga oggi è il vero motore economico delle nuove organizzazioni criminali. Non serve più la vecchia cupola con regole rigide e gerarchie storiche. Bastano gruppi violenti, giovani, armati e pronti a controllare le piazze di spaccio. E quando il mercato della droga vale milioni, le pistole tornano inevitabilmente a parlare.

C’è poi un altro elemento inquietante: l’età della violenza.

Nell’altro omicidio avvenuto a Palermo, quello del pensionato trovato morto nelle campagne di via Buonpensiero, a consegnarsi è stato un ragazzo di sedici anni. () È un dettaglio che dovrebbe spaventare più delle pistole. Perché racconta una generazione cresciuta senza riferimenti, dove la violenza è diventata una scorciatoia emotiva e sociale.

Palermo oggi vive una contraddizione enorme.

Da una parte è la città della memoria antimafia, dei murales di Falcone e Borsellino, delle commemorazioni, delle scuole che parlano di legalità. Dall’altra è una città dove interi quartieri continuano a vivere nell’abbandono. E la memoria, da sola, non basta se non diventa presenza concreta.

Il rischio più grande è proprio questo: pensare che questi omicidi siano episodi isolati.

La storia siciliana insegna che la mafia rialza la testa sempre quando trova spazi vuoti. E gli spazi vuoti oggi sono sociali prima ancora che giudiziari.

Non basta arrestare i boss se poi un ragazzo di quindici anni vede nello spacciatore del quartiere l’unico modello di successo possibile. Non basta celebrare Falcone una volta l’anno se poi nelle periferie manca persino un centro sportivo funzionante. Non basta indignarsi davanti ai morti se dopo tre giorni tutto torna nel silenzio.

Palermo non sta tornando agli anni Ottanta.

La mafia di oggi è diversa, più fluida, meno ideologica, più economica. Ma una cosa resta identica: prospera dove lo Stato è debole e dove la disperazione diventa normalità.

Per questo il ritorno delle pistole non è soltanto un problema di ordine pubblico. È il sintomo di un fallimento politico, sociale e culturale che Palermo si trascina da decenni.

E finché i quartieri continueranno a sentirsi soli, qualcuno troverà sempre il modo di comandare con la paura.