Il furto consumato al Museo Regionale di Messina non è soltanto un gravissimo fatto di cronaca. È una ferita inferta alla Sicilia, alla sua memoria e alla storia dell’arte europea.

Tre delle cinque tavole superstiti del Polittico di San Gregorio, firmato da Antonello da Messina nel 1473, e la preziosa Tavoletta bifronte sono state sottratte eludendo i sistemi di sicurezza del museo. Non sono scomparsi semplicemente quattro oggetti di eccezionale valore economico: sono stati strappati alla collettività frammenti insostituibili della nostra identità.

Antonello non appartiene soltanto a Messina. Appartiene alla Sicilia, all’Italia e al patrimonio universale dell’umanità. Colpire le sue opere significa colpire ciò che resta di una città già duramente mutilata dai terremoti, dalle distruzioni e dalle dispersioni del proprio patrimonio.

Come coordinatore regionale di Archeoclub d’Italia esprimo indignazione e profonda preoccupazione. Ma l’indignazione, da sola, non basta. Occorre accertare rapidamente ogni responsabilità e comprendere come sia stato possibile violare i sistemi di protezione di uno dei più importanti musei siciliani, raggiungere opere tanto preziose e sottrarle senza che i dispositivi predisposti riuscissero a impedirlo.

Questo episodio impone una verifica immediata e straordinaria delle condizioni di sicurezza di tutti i musei, dei depositi, delle biblioteche, degli archivi, delle chiese e delle aree archeologiche della Sicilia. La tutela non può essere affidata soltanto a telecamere, sensori e allarmi. La tecnologia è indispensabile, ma senza personale qualificato, custodi, tecnici, restauratori, archeologi, storici dell’arte e funzionari in numero adeguato, anche il sistema più sofisticato rischia di diventare una barriera fragile.

Da troppo tempo il settore dei beni culturali siciliani soffre una drammatica carenza di organico. Pensionamenti non compensati, turni difficili da garantire, strutture sottodimensionate e territori vastissimi affidati a pochi funzionari trasformano la tutela in una resistenza quotidiana. Non si può continuare a celebrare la ricchezza culturale della Sicilia senza investire concretamente nelle persone chiamate a custodirla.

Servono assunzioni, formazione specialistica, presìdi permanenti, aggiornamento dei sistemi di sicurezza e un coordinamento sempre più stretto tra Regione Siciliana, Ministero della Cultura, Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale e forze dell’ordine. Servono inoltre una catalogazione completa, immagini ad alta definizione, tracciabilità delle opere e una rete internazionale capace di impedirne l’immissione nel mercato clandestino.

Il furto d’arte, infatti, non è quasi mai un gesto estemporaneo. Dietro la sottrazione di opere di questa importanza possono muoversi organizzazioni specializzate, ricettatori, intermediari e collezionisti senza scrupoli. Sono le reti criminali delle archeomafie e del traffico illecito di beni culturali: un’economia occulta che saccheggia musei, chiese, siti archeologici e collezioni per alimentare mercati nazionali e internazionali. Spetterà agli investigatori stabilire la matrice di questo specifico furto, senza anticipare conclusioni; ma la precisione dell’azione rende indispensabile investigare anche sull’eventuale presenza di una committenza e di una rete organizzata.

Chi compra un’opera rubata non è un amante dell’arte. È parte della catena criminale che la sottrae alla comunità. Un’opera clandestina, nascosta in un caveau o in una collezione privata, cessa di essere patrimonio e diventa ostaggio.

Archeoclub d’Italia chiede che le ricerche siano estese immediatamente oltre i confini regionali e nazionali e che immagini e dati identificativi delle tavole siano trasmessi alle banche dati e agli organismi internazionali competenti. Ogni ora può essere decisiva per impedirne lo smembramento, il trasferimento o il danneggiamento.

Rivolgiamo, nello stesso tempo, un appello diretto a chiunque abbia sottratto le opere, le custodisca o sappia dove siano state nascoste: restituite le tavole di Antonello. Restituitele prima che vengano danneggiate, disperse o trascinate nei circuiti oscuri del traffico clandestino. Non esiste profitto che possa giustificare la cancellazione di una parte della memoria collettiva. È ancora possibile compiere un gesto di responsabilità verso Messina, verso la Sicilia e verso l’umanità.

In queste ore la voce della Sicilia è una sola. Storici dell’arte, archeologi, intellettuali, rappresentanti delle istituzioni e della politica, associazioni culturali e cittadini si riconoscono in una richiesta comune. È la voce della comunità sana di quest’isola, quella che studia, custodisce, educa e difende; una comunità che non intende cedere al ricatto dei ladri, dei ricettatori e delle archeomafie.

La Sicilia non può accettare che la propria memoria venga rubata mentre le istituzioni si limitano a contarne le perdite. Difendere il patrimonio culturale significa difendere la nostra storia, la nostra dignità e il diritto delle generazioni future a riconoscersi nei segni della propria civiltà.

Le tavole di Antonello devono tornare a Messina. Questo chiedono insieme la cultura, le istituzioni e la parte migliore della società siciliana. Il loro ritorno dovrà essere accompagnato dall’inizio di una politica concreta, permanente e inflessibile per la sicurezza del patrimonio culturale dell’Isola.

                                                                                                                                                   Francesco Finocchiaro
                                                                                                                    Coordinatore regionale Archeoclub d’Italia – Sicilia