La desertificazione bancaria in Sicilia non è più un fenomeno di nicchia, ma un allarme sociale conclamato. Lo certifica l’aggiornamento al 30 giugno 2026 della Fondazione Fiba di First Cisl, elaborato su dati Banca d’Italia e Istat: nell’isola un milione di residenti ha ormai un accesso pressoché nullo ai servizi bancari di prossimità. Un dato che fotografa una regione dove il ritiro degli istituti di credito procede più veloce che nel resto del Paese, con conseguenze dirette su famiglie, imprese e territori già segnati da spopolamento e marginalità.
La mappa delle province più colpite
Il report individua in Messina, Enna, Palermo, Agrigento e Catania le province con la maggiore desertificazione, sia assoluta che parziale. Messina guida la classifica negativa dell’assoluta con un indicatore di 349, seguita da Enna (236) e Palermo (204). Sul fronte della desertificazione parziale, quella dei comuni rimasti con un solo sportello, la situazione peggiore riguarda Palermo (302), Enna (266) e Catania (254). Diversa la fotografia di Ragusa e Trapani, che restano relativamente più tutelate, soprattutto sull’indicatore parziale, a conferma di una Sicilia spaccata tra fasce costiere più servite e aree interne sempre più isolate dal sistema creditizio.
I comuni lasciati senza sportelli
Tra i centri siciliani rimasti privi di qualunque sportello bancario spiccano Aci Sant’Antonio, in provincia di Catania, con oltre 18mila abitanti, e Santa Flavia, nel Palermitano, con quasi 11mila residenti. Sul fronte opposto, tra i comuni con una sola filiale rimasta, il caso più rilevante è quello di Aci Catena, sempre nel Catanese, che con oltre 28mila abitanti è il centro più popoloso dell’isola a doversi accontentare di un unico sportello. Numeri che raccontano come la desertificazione bancaria non risparmi nemmeno comuni di medie dimensioni, mettendo in difficoltà anziani, piccole imprese e chiunque non possa affidarsi esclusivamente ai servizi digitali.
Il prezzo per famiglie e imprese
Il quadro imprenditoriale non è meno preoccupante: in Sicilia 20mila aziende non hanno più una filiale disponibile, mentre altre 29mila possono contare su un solo sportello. Sull’isola sono attivi appena 21 sportelli ogni 100mila abitanti, la terza peggiore media nazionale. Per un tessuto produttivo già penalizzato da distanza dai mercati, carenze infrastrutturali e concorrenza, la chiusura delle filiali si traduce in tempi più lunghi per l’accesso al credito e in un ulteriore ostacolo alla competitività.
Il digitale non basta
Il sindacato smonta anche l’illusione che l’internet banking possa colmare il vuoto lasciato dagli sportelli fisici. La Sicilia è quart’ultima in Italia per utilizzo dei servizi bancari digitali, con una percentuale del 44 per cento: fanno peggio solo Basilicata, Campania e Calabria. Un divario che si somma a quello infrastrutturale e che colpisce soprattutto la popolazione più anziana, meno abituata a gestire online conti e pagamenti.
La richiesta della Cisl alla Regione
“La freddezza dei numeri è disarmante”, dice il segretario generale di First Cisl Sicilia, Fabio Sidoti. “Assistiamo a un progressivo scivolamento che mette in difficoltà intere comunità. I servizi bancari sono reputati essenziali, per questo siamo impegnati nel contrasto di un fenomeno socialmente grave”. Il sindacato rilancia la richiesta, avanzata da tempo alla Regione Siciliana, di istituire un Osservatorio regionale sull’attività bancaria che agisca da sentinella sul territorio. A livello nazionale, il segretario generale First Cisl Riccardo Colombani collega il fenomeno al risiko bancario in corso, sottolineando come le grandi operazioni di aggregazione tra istituti siano tra le cause principali della desertificazione, e come a pagarne il prezzo maggiore siano le fasce più fragili della popolazione, a partire dagli anziani. Per questo, aggiunge, cresce l’importanza delle banche di credito cooperativo, più ancorate ai territori e meno esposte alle logiche del risiko nazionale.






Commenta con Facebook