Una bambina di quattro anni è morta all’ospedale dei Bambini di Palermo. Il sospetto è la difterite. La piccola non era vaccinata. Il caso riporta in cronaca una malattia che i medici italiani più giovani non hanno mai visto. Dal 2000 il ministero della Salute ha registrato cinque casi in tutto il Paese. La vaccinazione contro la difterite è obbligatoria per legge dal 1939 e rientra oggi tra le dieci previste per i minori fino a sedici anni. Il ciclo di base si completa entro il primo anno di vita.
Cos’è la difterite e come agisce la tossina
La difterite è una malattia infettiva acuta e potenzialmente fatale. La causano ceppi della specie Corynebacterium diphtheriae che producono la tossina. Il batterio in sé non è il problema principale. Lo è la sostanza che produce.
La tossina difterica induce la necrosi dei tessuti nel punto in cui agisce. Poi, si diffonde attraverso il circolo sanguigno. Così raggiunge organi vitali e causa gravi complicanze. La scheda del ministero della Salute indica cuore, reni, fegato e sistema nervoso tra i bersagli. In alcuni casi i danni restano permanenti.
La forma più classica e grave è quella respiratoria. Colpisce le vie aeree superiori, quindi naso, faringe, laringe e trachea. Si formano membrane che aderiscono alle mucose. Le membrane ostruiscono il passaggio dell’aria. La morte del paziente arriva per soffocamento.
Esiste anche una forma cutanea. È più diffusa nelle aree tropicali tra le persone indigenti. Si manifesta con lesioni della pelle che tendono a ulcerarsi.
Non solo Corynebacterium diphtheriae
Altre due specie possono produrre la tossina difterica: Corynebacterium ulcerans e Corynebacterium pseudotuberculosis. Entrambe hanno rilevanza in ambito veterinario.
Le infezioni umane da C. ulcerans sono in aumento in Europa e negli Stati Uniti. Si manifestano come ulcere cutanee. Sono associate al contatto con animali infetti, sia da compagnia sia da allevamento. Un’altra via è il consumo di latte crudo. Le infezioni da C. pseudotuberculosis sono molto rare e legate a esposizione professionale.
Come si riconosce e come si trasmette
Il contagio avviene per via aerea. Bastano le goccioline emesse con tosse e starnuti da una persona infetta o da un portatore sano. Anche gli oggetti contaminati possono trasmettere il batterio. Il periodo di incubazione va da uno a sette giorni.
L’esordio somiglia a quello di una faringite banale. Mal di gola, febbre non altissima, stanchezza, gonfiore dei linfonodi del collo. È questa somiglianza a rendere difficile la diagnosi nei primi giorni. Il problema si accentua dove la malattia non si vede da decenni.
Nei casi che evolvono compare la patina grigiastra che ricopre gola, tonsille e laringe. Nelle forme gravi il collo si gonfia fino ad assumere l’aspetto che i clinici chiamano collo di toro.
Quanto è letale: i numeri delle istituzioni
Il ministero della Salute indica una letalità tra il 5 e il 10 per cento. Il dato vale anche in presenza di terapia. Le schede europee sulle malattie prevenibili sono meno ottimiste. Parlano di circa un paziente su dieci che muore di difterite respiratoria nonostante il trattamento. La causa di morte più frequente sono le complicanze cardiache.
La cura richiede l’antitossina, da somministrare subito. Servono anche antibiotici come eritromicina o penicillina. Il paziente va isolato per evitare nuovi contagi. Il tempo di intervento pesa sull’esito.
Perché in Italia la difterite era sparita
All’inizio del Novecento la difterite colpiva ogni anno tra i 20mila e i 30mila bambini italiani e ne uccideva circa 1.600. La vaccinazione obbligatoria, introdotta per legge nel 1939, ha ridotto i casi fino a renderli sporadici.
Il confronto internazionale ha confermato il meccanismo al contrario. Nei Paesi dell’ex Unione Sovietica la pratica vaccinale era stata trascurata. La malattia è tornata sotto forma di epidemia. Più di recente sono morti bambini non vaccinati in Inghilterra, Spagna e Belgio. Il batterio circola ancora in Europa.
Il calendario vaccinale: tre dosi nel primo anno
Il vaccino contiene l’anatossina. È la tossina modificata in modo da non essere più pericolosa. Resta però capace di stimolare la produzione di anticorpi. Si inietta nel muscolo, quasi sempre insieme ad altri vaccini.
Nel lattante rientra nel vaccino esavalente. Lo stesso vaccino protegge anche da tetano, pertosse, poliomielite, epatite B e infezioni invasive da Haemophilus influenzae tipo b. Il ciclo prevede tre dosi nel primo anno di vita. Si somministrano al terzo, al quinto e intorno all’undicesimo mese.
Un richiamo arriva tra i cinque e i sei anni. Copre anche tetano, pertosse e poliomielite. Un secondo richiamo è previsto in adolescenza. La protezione dopo il ciclo completo sfiora il cento per cento, ma non dura per sempre.
Il richiamo che gli adulti dimenticano
Il ministero della Salute raccomanda un richiamo ogni dieci anni anche da adulti. Il vaccino copre difterite, tetano e pertosse in dosaggio ridotto. L’offerta dovrebbe essere attiva e sfruttare le occasioni utili. Tra queste ci sono le visite per il rinnovo della patente e i controlli dal medico di famiglia.
È la parte del calendario che nella pratica salta più spesso. Molti adulti ricordano l’antitetanica e ignorano che nella stessa iniezione c’è anche la componente antidifterica.
Cosa prevede la legge sull’obbligo vaccinale
La legge 119 del 31 luglio 2017 ha portato da quattro a dieci le vaccinazioni obbligatorie per i minori tra zero e sedici anni. L’antidifterica è tra queste. Con lei ci sono antipolio, antitetanica, antiepatite B, antipertosse e anti Haemophilus influenzae tipo b. Completano l’elenco antimorbillo, antirosolia, antiparotite e antivaricella.
Le vaccinazioni sono gratuite. Per chi non rispetta l’obbligo la legge prevede sanzioni amministrative pecuniarie. Per l’asilo nido e la scuola dell’infanzia, cioè la fascia zero-sei anni, l’avvenuta vaccinazione è requisito di accesso.
La soglia del 95 per cento
L’Organizzazione mondiale della sanità indica nel 95 per cento la copertura minima da raggiungere. Sopra quella soglia sono protetti anche i bambini che non possono vaccinarsi per motivi di salute. Lo stesso vale per chi non risponde al vaccino. Sotto quella soglia il batterio torna a circolare.
In Italia le coperture sono calate a partire dal 2013. È stata la ragione dichiarata dell’intervento normativo del 2017. I dati per singolo antigene escono ogni anno. Li pubblica il ministero della Salute e li elabora l’Istituto superiore di sanità nella sezione dedicata alle coperture vaccinali.






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