Pubblichiamo un ricordo del collega Tony Gaudesi.

L’altro giorno ascoltavo una mediocre, per non dire pessima, telecronaca di un’ altrettanto pessima partita di calcio e in un nano-secondo è scattato l’ennesimo rimpianto per i grandi del microfono che furono: Martellini e Pizzul. Anche Aldo Grasso, anni addietro, su Corriere.it, in occasione di un campionato europeo, rimpiangeva addirittura Nicolò Carosio, il padre di tutti i telecronisti, la prima voce del pallone.
E aveva ragione. Il cantore dei primi due titoli mondiali azzurri, il pioniere del calcio raccontato via etere, probabilmente non si sarebbe gonfiato il petto per le perfomances dei suoi allievi.

Mai stato celebrato come dovuto

Eppure, Carosio non è mai stato celebrato come dovuto, nemmeno a Palermo, che gli ha dato i natali. Una targa alla memoria allo stadio Barbera e pochissimo altro. Nulla, per uno che ha scritto, a parole, la storia del calcio. Nulla, per chi ha raccontato, con un lessico ancora tutto da coniare, le imprese vincenti della banda Pozzo del ‘34 e del ‘38 e l’oro Olimpico del ‘36.
Per lui l’oblio quasi assoluto, fino al 2007, quando il riscatto è arrivato per posta, o meglio, dalle Poste, che hanno ricordato il centenario della sua nascita con un francobollo.
Neanche in quell’occasione, comunque, Carosio è riuscito a ritagliarsi centimetri a sufficienza sulla carta stampata o un degno spazio nelle scalette dei tg.

Il figlio Paolo

“È stato dimenticato da tutti”, ci confessò, amaramente per telefono, il figlio Paolo, mostrandosi molto sorpreso della telefonata che gli feci in vista dell’annullo postale.

“Un giornalista? Mi fa piacere che mi abbia chiamato. Non capita quasi mai che qualcuno mi chieda di parlare di mio padre”.

In quell’occasione Carosio junior non si fece pregare per alleggerirsi la scarpa da ingombranti sassolini che aveva portato in giro per decenni. “Intorno a mio padre – raccontò – c’è sempre stata una sorta di congiura del silenzio. Evidentemente non gli si perdonava il fatto che si fosse fatto da solo. Nessuno dei suoi colleghi si è mai fatto sentire. Nemmeno ai suoi funerali ho visto personalità di spicco, a parte il sindaco di Milano”.

Gli albori della radiocronaca

Dai gracchianti primi microfoni della “Eiar”, la mamma di mamma Rai di mussoliniama memoria, Nicolò Carosiò raccontò centinaia di gol e “quasi-gol” (celebre questa sua definizione di un’occasione da rete mancata) e catapultò in campo milioni di tifosi, forgiando il vocabolario dell’Italia pallonara. Fino alla pensione, o meglio, all’incidente diplomatico che praticamente staccò per sempre la corrente al suo microfono.

Si era ai mondiali messicani del ‘70 e per due volte la bandierina galeotta del guardialinee etiope si alzò ad invalidare una rete di Riva, mettendo a rischio il cammino azzurro verso i quarti di finale dell’allora coppa Rimet. Gli episodi costarono all’assistente dell’arbitro un colorito epiteto (“negraccio”) e a Carosio il posto al seguito della Nazionale. Lo sciagurato aggettivo, infatti, innescò le proteste del governo etiope e il tramonto della stella del telecronista, che passò testimone e microfono ad un giovane Martellini.

A Palermo, dove nacque, Carosio è rimasto fino all’età di 9 anni, ma la città gli è rimasta nel sangue.
«Ci tornava spesso – ci disse il figlio – ogni volta che poteva. E spesso portava anche me. Amava definirsi un tifoso rosanero, anche se la sua grande passione è stata la Nazionale».