Tre lavoratori reclutati dall’Asp di Palermo durante l’emergenza Covid con contratti di collaborazione coordinata e continuativa erano, nei fatti, dipendenti subordinati a tempo determinato. Lo ha stabilito il Tribunale di Palermo, sezione Lavoro, accogliendo i ricorsi presentati dai lavoratori e riconoscendo il loro diritto al risarcimento e alla regolarizzazione della posizione previdenziale. La sentenza impone all’Azienda sanitaria provinciale di iscrivere i tre ricorrenti nella gestione dipendenti Inps e di corrispondere a ciascuno un risarcimento pari a 8.051,36 euro, oltre rivalutazione monetaria, interessi legali e spese di giudizio. I lavoratori sono stati assistiti dagli avvocati Francesco Stallone, Giuseppe Mandalà, Nelli Scilabra, Filippo Ficano e Filippo Gallina, che hanno sostenuto come le modalità concrete di svolgimento dell’attività non fossero compatibili con un semplice rapporto di collaborazione.
Il lavoro svolto durante la pandemia
I tre collaboratori avevano prestato servizio nel 2020 nei presidi organizzati dall’Asp durante l’emergenza sanitaria, tra la Fiera del Mediterraneo e altre strutture della provincia, attraverso contratti di collaborazione prorogati nel tempo. Secondo quanto sostenuto nei ricorsi, i lavoratori erano sottoposti a precisi vincoli di orario, inseriti in turnazioni prestabilite e soggetti al controllo diretto dell’Azienda, caratteristiche tipiche del lavoro subordinato. Una tesi che il Tribunale ha ritenuto fondata, richiamando un principio consolidato della Cassazione: non conta il nome attribuito al contratto, ma le modalità effettive con cui il rapporto viene svolto.
Nessuna autonomia, ma una struttura gerarchica
Nelle motivazioni della sentenza emerge un quadro particolarmente netto. Il giudice evidenzia come i lavoratori non disponessero di alcun margine di auto-organizzazione e operassero all’interno di un sistema gerarchico caratterizzato da turni programmati, controllo delle presenze e direttive impartite dai responsabili. Secondo il Tribunale, i collaboratori non potevano scegliere autonomamente tempi e modalità della prestazione lavorativa, ma dovevano attenersi ai turni predisposti dall’Asp. Un elemento che, insieme ad altri aspetti emersi durante l’istruttoria, ha dimostrato l’esistenza del potere direttivo dell’Azienda. La stessa sentenza sottolinea inoltre come, dopo la chiusura dell’hub vaccinale, i ricorrenti abbiano continuato a svolgere mansioni amministrative e attività di ricevimento del pubblico identiche a quelle del personale dipendente, negli stessi uffici, con i medesimi strumenti e negli stessi orari di lavoro.
Gli avvocati: riconosciuta la realtà dei fatti
Grande soddisfazione è stata espressa dai legali che hanno assistito i lavoratori. “Il Tribunale ha messo al centro la realtà del lavoro”, sottolineano gli avvocati Francesco Stallone e Giuseppe Mandalà. “Chi ha garantito servizi essenziali nel momento più difficile del Paese si è visto finalmente riconoscere ciò che era realmente: un lavoratore subordinato”. Sulla stessa linea l’avvocato Nelli Scilabra, che evidenzia come il giudizio fosse finalizzato a dimostrare l’assenza di una reale autonomia organizzativa: “I lavoratori operavano seguendo turni, indicazioni e controlli dell’Azienda, esattamente come i dipendenti”.
Un precedente che potrebbe fare scuola
La decisione del tribunale di Palermo potrebbe aprire la strada ad altre iniziative legali da parte di personale reclutato durante l’emergenza pandemica con formule contrattuali analoghe. La sentenza ribadisce infatti un principio cardine del diritto del lavoro: quando le modalità concrete della prestazione rivelano l’esistenza di un rapporto gerarchico e organizzato dal datore di lavoro, la qualificazione formale del contratto non è sufficiente a escludere la subordinazione. Una pronuncia destinata a riaccendere il dibattito sulla gestione del personale assunto negli anni dell’emergenza Covid e sul riconoscimento dei diritti di chi ha garantito il funzionamento dei servizi sanitari nei mesi più difficili della pandemia.



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