Esiste una legge non scritta, e fino a oggi ignorata, del calendario culturale italiano: quando c’è da assegnare una Capitale della Cultura, la Sicilia perde contro le Marche. Seconda volta in quattro anni. Prima Siracusa contro Pesaro, nel 2022. Oggi Catania contro Ancona. Stesso copione, stesso verdetto, stessa regione avversaria. C’è chi chiamerebbe coincidenza. A guardarlo due volte, comincia ad assomigliare a un tormentone.

Ma stavolta — e qui il destino sembra essersi messo a fare dell’ironia — c’è un dettaglio che trasforma la sconfitta in qualcosa di quasi surreale. Ancona, la città che ha appena soffiato il titolo 2028 a Catania, fu fondata nel 387 avanti Cristo da coloni greci provenienti da Siracusa. La stessa Siracusa che due anni fa perse contro Pesaro. La Sicilia, in sostanza, è stata battuta da una sua colonia. Un derby nel derby. Una sconfitta dentro la sconfitta.

Il pattern che nessuno voleva vedere

Il 15 marzo 2022, nella Sala Spadolini del Ministero della Cultura, il ministro Franceschini proclamò Pesaro Capitale della Cultura 2024. Siracusa si fermò «ad un passo dal sogno», come disse il sindaco Francesco Italia. Aveva preparato “Città d’Acqua e di Luce”: sessanta pagine di sintesi di tremila pagine di lavoro partecipativo, quindici siti da recuperare, dodici mostre internazionali, ventiquattro festival. Un dossier monumentale. Non bastò. Pesaro vinse con un progetto più agile, con Rossini nel logo e la sua Fondazione come garanzia di credibilità. Le Marche: 1. La Sicilia: 0

Stamattina, stessa sala, stesso ministero. Stavolta in corsa c’era Catania. E sul podio, di nuovo, una città marchigiana.

Catania aveva le carte per vincere

“Catania Continua”, il dossier sulla candidatura,  partiva dal basso: 110 partecipazioni attive, seminari aperti, open call che avevano coinvolto la comunità nella scrittura del progetto per il 70 per cento dei contenuti. Un piano che guardava fino al 2038, con rigenerazione urbana, lotta alla povertà educativa, connessione tra centro e periferie.

C’erano Fiorello con la coppola e le note di Battiato, l’astronauta Luca Parmitano, i telescopi sottomarini e il «mare che non c’è» dei pescatori. Il sindaco Enrico Trantino era alla Sala Spadolini con tutta la sua squadra. Finanziamenti già garantiti oltre il milione ministeriale. Eppure non è bastato.

Ancona ha convinto la commissione con il suo racconto di città di confine e di incontro: identità adriatica, legami con i Balcani e il Mediterraneo, patrimonio immateriale, sostenibilità. Un crocevia tra culture, e qui torna il paradosso, costruito da chi quel senso del mare e del viaggio lo aveva imparato, tremila anni fa, proprio dai siracusani.

Schifani: «Riproviamo. E comunque un po’ di Sicilia c’è»

Il presidente della Regione Renato Schifani ha preso atto della sconfitta con tono istituzionale ma senza nascondere il rammarico: «Facciamo i complimenti ad Ancona, seppur convinti della bontà e della completezza del dossier di Catania». Poi ha subito rilanciato: «Auspichiamo che Catania saprà riproporre la propria candidatura. Ci impegniamo a garantire il sostegno della Regione Siciliana».

E infine, con una punta di ironia che vale più di molte analisi: «Alla fine, un tocco di Sicilia c’è anche nell’affermazione di Ancona, considerato che il capoluogo marchigiano è stato fondato da coloni greci provenienti da Siracusa». Una battuta. Ma anche una verità storica.

E Siracusa guarda ancora più lontano

Siracusa, intanto, ha già cambiato scala. Dopo la sconfitta del 2022, la città non si è fermata: nel 2025 è stata approvata la Fondazione “Siracusa 2033”, con l’obiettivo di candidarsi a Capitale Europea della Cultura. Non più il campionato italiano. Quello continentale. Forse è l’unico modo per uscire dal tormentone: alzare così tanto l’asticella da non dover più incontrare le Marche.