A pochi giorni dalla costituzione a Palermo del comitato FEDE, ECONOMIA E COMUNITÀ, realtà promossa da operatori appartenenti a diversi settori economici del territorio, con sede in Confimprese Palermo e nata per favorire il dialogo tra le diverse componenti della vita sociale, economica e comunitaria, il comitato che non ha ricevuto risposta alla sua richiesta di incontro, scrive una lettera aperta a Monsignor Corrado Lorefice sul tema della catechesi e del nuovo corso che porta a celebrare comunioni e cresime lo stesso giorno.

Ecco una sintesi del documento. “A seguito della modifica del percorso che conduce alla prima comunione, Confimprese Palermo aveva chiesto l’apertura di un confronto per rappresentare le possibili conseguenze economiche del provvedimento – si legge nella lettera – Fotografi, operatori delle bomboniere, ristoratori, acconciatori, ambulanti, artigiani e tante altre attività hanno registrato perdite che, in molti casi, superano il 70% del fatturato legato alle celebrazioni della prima comunione. Parliamo di centinaia di microimprese familiari.


Parliamo di attività costruite in anni di sacrifici. Parliamo di famiglie che vivono del proprio lavoro. Quando questi dati sono diventati pubblici, il dibattito si è progressivamente trasformato in una contrapposizione che, a nostro avviso, non descrive la realtà. Da una parte la fede. Dall’altra l’economia. Da una parte le esigenze pastorali. Dall’altra gli interessi economici”.

Quindi gli operatori lanciano un appello: “Carissimo Monsignore, ci permettiamo sommessamente di contraddire questa rappresentazione. Non perché mettiamo in discussione il valore della fede. Ma perché riteniamo che il contesto nel quale è stata collocata questa vicenda non corrisponda alla realtà che stiamo vivendo. Non stiamo parlando di fede da una parte e di economia dall’altra.


Stiamo parlando di persone che sono contemporaneamente fedeli, lavoratori, genitori, cittadini e componenti della stessa comunità”. Il comitato ricorda come “San Giuseppe era un uomo di fede. Ed era un lavoratore. Non esistevano due Giuseppe. Uno che pregava e uno che lavorava. Era la stessa persona. Sono la stessa persona. Sono la stessa famiglia. Sono la stessa comunità. Per questo ci siamo chiesti se sia possibile parlare della famiglia senza considerare anche il lavoro che la sostiene. Se sia possibile parlare di inclusione senza interrogarsi sulle conseguenze che alcune scelte producono sulla vita concreta delle persone.


Se sia possibile parlare di comunità senza riconoscere che il lavoro onesto di centinaia di famiglie ne costituisce una parte essenziale.

Non abbiamo mai chiesto di modificare gli obiettivi pastorali del nuovo percorso catechistico.

Non abbiamo mai chiesto di scegliere tra la fede e il lavoro.

Abbiamo chiesto una cosa diversa. Abbiamo chiesto di valutare se il cambiamento potesse essere accompagnato da una fase di transizione più attenta alle conseguenze che avrebbe prodotto. Perché ogni cambiamento genera effetti.

E quando gli effetti coinvolgono centinaia di famiglie, crediamo sia legittimo interrogarsi sulla loro proporzionalità”. Il comitato si chiede anche se “esistono ancora spazi di dialogo capaci di individuare correttivi che, senza incidere sul nuovo percorso catechistico e sul suo futuro, possano contribuire a ridurre la sofferenza che molte famiglie stanno vivendo”.


Ed ancora: “Noi crediamo che il dialogo non indebolisca le scelte, ma le rafforzi. Noi crediamo che il buon senso non rappresenti una rinuncia ai principi, ma il modo migliore per tradurli nella realtà.

Noi crediamo che una comunità cresca quando riesce ad ascoltare tutte le sue componenti.

Noi crediamo che il lavoro onesto delle persone e delle famiglie non sia estraneo alla comunità, ma ne costituisca una parte essenziale. Noi crediamo che dietro ogni attività vi siano volti, storie, sacrifici e progetti di vita.


Noi crediamo che fede, famiglia, lavoro e comunità non siano realtà separate, ma parti della stessa esperienza umana.

Infine l’ultima accorata richiesta: “Carissimo Monsignore, prima di congedarci desideriamo affidarLe un’ultima riflessione. La sofferenza che molte famiglie stanno vivendo non appartiene soltanto al passato. È una sofferenza presente, concreta, che continua a manifestarsi ogni giorno nelle attività che faticano a sopravvivere, nei bilanci familiari che si assottigliano e nell’incertezza con cui molte persone guardano al proprio futuro.

Proprio per questo continuiamo a chiederci se non esistano ancora oggi spazi di dialogo capaci di individuare correttivi che, senza modificare l’impianto del nuovo percorso pastorale e senza comprometterne gli obiettivi, possano contribuire ad alleviare le sofferenze che questa fase di transizione ha prodotto.


Siamo però convinti che una risposta esista. Forse è più vicina di quanto immaginiamo.

Forse è alla portata di quella stessa comunità che, quando sceglie di ascoltare tutte le sue componenti, riesce spesso a trovare soluzioni che sembravano impossibili. È con questo spirito che continuiamo a tendere la mano al dialogo. Non per riaprire contrapposizioni.

Non per cercare vincitori e vinti. Ma perché continuiamo a credere che la sofferenza delle persone meriti sempre di essere ascoltata e che il bene della comunità si costruisca insieme”.

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