Oggi venerdì 21 luglio alle ore 21:00 debutto assoluto di Medea Tekna all’Ecomuseo Mare Memoria Viva, regia di Giuseppe Massa (con repliche il 22 e 23 luglio). Lo spettacolo è il risultato di un teatro che si fa presenza nella periferia palermitana, con una forte matrice sociale e politica in cui il mito muovendosi nella zona liminale tra antico e contemporaneo, tra quello che ci circonda e ci attraversa, tra dimensione privata e collettiva, mette a fuoco il presente e diventa strumento per narrare i cortocircuiti della nostra società. Medea Tekna è l’atto finale del progetto teatrale sperimentale che la compagnia Sutta Scupa ha avviato il 15 giugno scorso a Brancaccio e Roccella, quartieri della Costa Sud di Palermo.

Un percorso laboratoriale di formazione e ricerca teatrale in cui lo sguardo dei partecipanti, soprattutto bambini, è stato educato a ri-conoscere i codici del mito e decrittarli, anche attraverso il gioco che è uno dei temi centrali di questa opera. La drammaturgia curata da Ubah Cristina Ali Farah e Giuseppe Massa facendo esperienza di questo percorso dà vita a una riscrittura inedita del mito di Euripide, in cui tradizione e contemporaneità si incontrano e dialogano, una poetica che riattiva il mito di Medea come modello comportamentale attraverso il quale analizzare e narrare la contemporaneità partendo dalla perifericità dei luoghi, ma anche della prospettiva verticale e periferica dei due figli di Medea e Giasone, non più soltanto vittime inattive, ma voce e sguardo che conquistano lo spazio negato. 

 

«Medea parla una lingua meticcia forte, crudele e dolcissima. Quella della visione creata da Ubah Cristina Ali Farah e Giuseppe Massa – spiega Simona Malato, approfondendo lo spaccato di questo lavoro sul mito e sulla figura di Medea, che interpreta come voce off nello spettacolo -. Si rivolge alle sue creature con graffi di parole e suoni antichi. È musica magica Medea. Suona come una percussione il suo rituale, basso e profondo il pianto per l’uomo che l’ha tradita, argentino e teso quello per le sue creature. La voce che si sposta su toni contrastanti è in questa Medea Tekna la rappresentazione che mi sono fatta di lei. Una tra le molte che questo misterioso personaggio offre al mondo. Qui la sua lingua è la sua carne, la sua carne la sua storia: il suo passato un suono grave il futuro un urlo.».

 

Medea Tekna mette in scena lo scontro generazionale tra genitori e figli, tra il mondo degli adulti e quello dell’infanzia; si interroga e mette in risalto le dinamiche, fortemente attuali, del conflitto coniugale, la sua esegesi, le implicazioni nell’equilibrio familiare sempre più precario e disfunzionale. Un effetto domino di conflitti, impossibilità relazionali e affettive che ha ripercussioni nella vita dei “figli dai diritti negati”. «‘Tekna’ in greco antico (τέκνον, ndr) significa figlio, creatura. In questa rivisitazione in chiave contemporanea di Medea assistiamo a un capovolgimento drammaturgico del centro del mito – spiega Giuseppe Massa, regista e direttore di Sutta Scupa -, partendo da una dimensione periferica che è quella dei due giovani figli della coppia Medea-Giasone. Attraverso una ibridazione tra classico e contemporaneo, quanto più armonica e dinamica possibile, si vuole affrontare una tematica spinosa della nostra attualità: il rapporto genitori-figli e più in generale il conflitto tra individuo e famiglia» La tragedia è incombente e si svolge nel quotidiano.

 

Un giardino sintetico è il luogo in cui Mermero e Fere, i due giovanissimi figli di Medea e Giasone, trascorrono la giornata insieme ai loro “tutor” (la Nutrice e il Pedagogo). In un ambiente familiare tossico alimentato dal rapporto autodistruttivo dei due genitori, i bambini si rifugiano nel mondo alienato dei videogiochi, che diventa surrogato di una genitorialità disattesa. L’accostamento con due pupi siciliani sulla scena dà vita a uno sdoppiamento che avrà luogo anche nelle due figure educative, la Nutrice e il Pedagogo che tirano e stirano le vite dei due fratelli su due fronti opposti e incomunicabili: le lingue risultano disarmoniche, i codici culturali inconciliabili, il linguaggio si svuota vittima di un progressismo privo di radici e di qualsiasi risonanza storica ed emotiva. In questo bailamme emotivo, con un’affettività sorda ai bisogni dei due giovani, la fratellanza rimane fino alla fine l’unica forza positiva a cui appellarsi, all’ombra di una tragedia imminente in cui si assisterà all’implosione di una famiglia. 

«In questo lavoro mettiamo in scena anche l’autocritica a cui noi adulti siamo poco avvezzi, e lo dico da genitore, sul modo in cui viviamo la contemporaneità in rapporto alla generazione a cui appartengono i nostri figli. Una generazione a cui stiamo negando letteralmente il futuro, attraverso mancanze e assenze affettive e relazionali che preferiamo non vedere, convinti che la sicurezza materiale ed economica che gli abbiamo creato intorno possa bastare.». L’impianto scenico è affidato a Mela dell’Erba (che cura anche i costumi), forme geometriche che si sostituiscono ai muri di un focolare domestico. Le elaborazioni sonore del compositore Giuseppe Rizzo insieme alle luci di Vincenzo Cannioto differenziano le sonorità provenienti dalla scena (dal ‘qui e ora’ teatrale dei bambini, della Nutrice del pedagogo e degli spettatori), da quelle che giungono dal mondo esterno (in particolare la stanza in cui Medea e Giasone stanno per porre fine alla loro relazione. Sul palco la grande Aurora Quattrocchi reduce da una toccante interpretazione al Festino, al suo fianco il giovanissimo Giovanni Fardella e i piccoli Vincenzo Massa e Testimony Ojo. Le voci fuori campo di Gabriele Cicirello e Simona Malato saranno protagoniste nella messinscena. 

 

«Ho accettato il lavoro con Giuseppe Massa perché stimo il suo modo di fare teatro e di lavorare a testi complessi come il mito di Euripide – racconta Rori Quattrocchi, attrice nel ruolo della Nutrice di Mermero e Fere -. Le mie battute sono quasi tutte in siciliano che si affianca al greco, all’inglese e all’italiano, questa scelta registica l’ho apprezzata tantissimo perché spesso dimentichiamo la bellezza della nostra lingua siciliana, a cui non viene riconosciuta la dignità che merita, ridotta a ‘dialetto’ del popolino, come se questo fosse una nota di demerito. E invece dovremmo riappropriarcene e celebrare la sua grandezza, tutti. Proprio come fa il mio personaggio, la Nutrice dei due figli di Giasone e Medea, ruolo che ho trovato interessante perché si muove tra mito classico, tradizione e mondo moderno con i suoi disastri, come i videogiochi a cui i bambini vengono lasciati, forse una scusa per occuparsene meno. Medea Tekna è una sfida, come lo è provare in questi giorni con temperature insopportabili in un momento ecologicamente disastroso, che ci fa riflettere, proprio come questo spettacolo. La cosa che tra tutte ho amato? Le registrazioni di Simona Malato, perché è un’artista eccezionale, la sua voce è perfetta, grave, necessaria, consolatoria quando si incrocia alla mia recitazione, e bravissimo è anche il giovane Gabriele Cicirello, la seconda voce fuori campo di questo spettacolo.».

I giovani partecipanti al laboratorio di recitazione saranno protagonisti di un coro che conquisterà lo spazio in un post epilogo, portatori di speranza conquisteranno la scena, amplificando e universalizzando i contenuti che ci consegna la tragedia. «Il lavoro con i bambini è stato un percorso ricco e intenso. In Medea Tekna abbiamo lavorato alla realizzazione di questa scena corale partendo dall’ABC del teatro per insegnare ai bambini come stare in scena e occupare lo spazio. – spiega Domenico Ciaramitaro, attore e formatore che cura la coreografia finale con l’intervento corale dei bambini, che hanno seguito il laboratorio di recitazione che ha condotto insieme a Valeria Sara Lo Bue ed Elena Amato -. Hanno imparato a stare in ascolto dell’altro, a rispettare spazi e tempi come atto di cura nei confronti dell’altro. Fondamentale per stare sul palco, ma anche per stare dentro le dinamiche della vita. Ecco perché la disciplina teatrale con le sue regole e il suo rigore è uno strumento di crescita e occasione di vita per i bambini come per gli adulti. In passato ho già collaborato con Giuseppe Massa e presto riprenderemo a lavorare a uno spettacolo, sperimentando questa rara sinergia artistica e umana con orizzonti condivisi. È una fortuna quando due artisti che si stimano reciprocamente si trovano a lavorare insieme. Il teatro è un campo franco dove dovrebbero sempre incontrarsi le anime, prendersi per mano per regalare un sogno allo spettatore.»  


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