Il relitto del metaniere russo Arctic Metagaz, colpito all’inizio di marzo 2026, continua a muoversi nel Mediterraneo senza segni di perdita degli oltre 700 tonnellate di idrocarburi presenti a bordo. La Protezione Civile italiana ha confermato che, allo stato attuale, non risultano dispersioni, riducendo il rischio immediato per le coste.

“Non abbiamo, a questo stadio, alcuna informazione su un inizio di dispersione degli idrocarburi”, ha dichiarato Pierfrancesco Demilito, responsabile dell’ufficio stampa della Protezione Civile.

La nave si trova in acque internazionali ma all’interno della zona SAR (Search and Rescue) libica. La posizione attuale è stimata a circa 53 miglia nautiche a nord di Tripoli, pari a circa 85 chilometri, con una deriva verso sud.

L’attacco e il contesto geopolitico

Secondo Mosca, l’Arctic Metagaz, lungo 277 metri e partito da Murmansk con un carico di gas naturale liquefatto diretto a Port Said, in Egitto, sarebbe stato attaccato con droni navali lanciati dalle coste libiche.

La Russia attribuisce l’operazione all’Ucraina ma Kiev non ha mai rilasciato commenti ufficiali sull’episodio.

A bordo erano presenti 30 membri dell’equipaggio, tutti soccorsi. Il metaniere è stato poi abbandonato, diventando di fatto un relitto alla deriva nel Mediterraneo centrale.

Carburante a bordo: quantità e rischi reali

Secondo il Ministero degli Affari Esteri russo, al momento dell’abbandono la nave conteneva ancora:

  • 450 tonnellate di olio combustibile pesante;
  • 250 tonnellate di gasolio;
  • una quantità rilevante di gas naturale liquefatto.

Demilito ha definito il volume di idrocarburi “una quantità importante” ma ha precisato che il rischio ambientale resta inferiore rispetto a quello di una petroliera.

Il punto più delicato riguarda invece il gas ancora presente nei serbatoi. La quantità non è stata quantificata con precisione, ma viene considerata “potenzialmente pericolosa” per il rischio di esplosione.

Stato della nave: danni gravi e stabilità precaria

Le immagini aeree diffuse il 15 marzo scorso mostrano un quadro molto compromesso: parti della nave risultano annerite dal fuoco, la struttura presenta due grandi aperture sui lati della carena e l’area centrale appare gravemente danneggiata.

Nonostante questo, il relitto resta a galla. Tuttavia, le condizioni strutturali rendono ogni intervento complesso.

“Il rimorchio rappresenta un’operazione complessa – ha spiegato Demilito – La nave presenta una larga breccia laterale e non è particolarmente stabile, anche se non mostra segni imminenti di affondamento”.

Posizione e traiettoria: dove si trova ora

Nei giorni precedenti il metaniere era stato avvistato a circa 50 miglia nautiche a sud-ovest di Malta. La deriva verso sud lo sta progressivamente avvicinando alla fascia costiera libica, pur restando in acque internazionali.

La gestione operativa ricade nella zona SAR libica, ma il monitoraggio coinvolge diversi Paesi del Mediterraneo.

Rischi attuali: cosa dicono i dati

Il quadro aggiornato indica una situazione sotto controllo sul fronte ambientale, ma ancora fragile dal punto di vista tecnico. Non sono state rilevate dispersioni di carburante, un elemento che riduce il rischio immediato di inquinamento marino. Tuttavia, a bordo restano circa 700 tonnellate di combustibili tra fuel oil e gasolio, che potrebbero diventare critici in caso di rottura dello scafo.

A questo si aggiunge la presenza di gas naturale liquefatto, la cui quantità non è stata resa nota ma che rappresenta il principale fattore di pericolo per possibili esplosioni. La struttura della nave è gravemente compromessa: le brecce laterali e i danni da incendio rendono il relitto instabile. Anche se non ci sono segnali imminenti di affondamento, qualsiasi operazione di recupero o traino richiede condizioni molto controllate e tempi tecnici complessi.

Impatti per l’Italia e il Mediterraneo

Per l’Italia, il rischio riguarda soprattutto scenari evolutivi. Una perdita improvvisa di carburante potrebbe interessare ampie aree del Mediterraneo centrale. Inoltre, la posizione in zona SAR libica complica eventuali interventi diretti, rendendo necessario un coordinamento internazionale.