Per chi ha messo in agenda la pubblicazione su Netflix della stagione finale de La Casa di Carta, e ha scelto di vedere gli ultimi 5 episodi, l’uno dietro l’altro, senza interruzioni, dalla sera fino a notte inoltrata, per paura di imbattersi in qualche spoiler sui social, è quasi impossibile dare un giudizio obiettivo sullo show. Perché i fan, si sa, non criticano ma o si entusiasmano ancora di più o sprofondano nella delusione.

Ebbene, la conclusione de La Casa de Papel è stata degna del perché la serie spagnola ideata da Alex Pina abbia conquistato così tanta attenzione, diventando anche un fenomeno sociale e politico.

La sensazione, quando si arriva ai titoli di coda dell’episodio 10 della terza stagione, è quella di un bambino che, dopo avere giocato con intensità ed emozione con un giocattolo, lo poggia con cura su uno scaffale, con la consapevolezza che non lo toccherà mai più perché è terminata la relazione empatica ma con la gratitudine di quello che ha ricevuto.

Tirando le conclusioni sullo show, cominciato il 20 dicembre 2017 con la pubblicazione della prima parte su Netflix, conquistando lo scettro della serie di lingua non inglese più vista, superata solo di recente dalla sudcoreana Squid Game, La Casa di Carta non si può classificare soltanto come genere heist perché ne racchiude tanti altri, tra cui persino l’evoluzione action della telenovela.

Sì, perché ciò che ha reso La Casa de Papel un divertimento assoluto per chi l’ha amata dal primo all’ultimo episodio è l’empatia generata tra i protagonisti e lo spettatore, stravolgendo sin da subito il concetto che i buoni siano i poliziotti e i cattivi siano i rapinatori.

Ne è scaturito un vero e proprio tifo per la banda del Professore (Alvaro Morte) che gli autori hanno poi trasferito concretamente nella stessa storia, con i fan che si assembrano fuori dalla Banca di Spagna, con addosso l’ormai iconica tuta rossa, la maschera di Dalì e gli slogan contro il sistema.

Questo perché la Casa di Carta, come già accennato, ha un forte connotato politico e non solo per via della canzone simbolo della serie, Bella Ciao, il brano partigiano che si sente più volte e anche nel finale di stagione, in una versione strumentale davvero interessante e trascinante.

In tal senso, il momento chiave avviene a Plaza Mayor, a Madrid, durante un pranzo tra il Professore, Berlino (Pedro Alonso) e il figlio di quest’ultimo (Patrick Criado): Sergio Marquina rivela al fratello e al nipote cosa accadde veramente nel giorno dell’uccisione del padre durante una rapina e il motivo esistenziale per cui ha deciso di seguire le sue orme.

Ma c’è dell’altro: i colpi alla Zecca e alla Banca di Spagna sono anche (e soprattutto) attacchi precisi alle storture del capitalismo, alla dittatura delle banche, all’economia condizionata dai ‘giochi’ delle Borse. Perché da un lato ci sono i ricchi (pochi) e dall’altro i poveri (tanti), le cui vite sono troppo legate passivamente ai flussi del denaro, alle logiche del profitto e alle scelte oligarchiche e plutocratiche.

Le tematiche sono quelle della lotta di classe, della Resistenza degli emarginati contro il potere dello Stato e i suoi segreti. In fondo, la banda del Professore con il colpo alla Zecca non ruba i soldi dei cittadini ma ne stampa di nuovi, mettendo in difficoltà le Istituzioni economiche dell’intera Unione Europea. E, nel caso della Banca di Spagna, c’è l’obiettivo di svuotare la riserva aurea con un coup de théâtre finale che dimostra quanto le logiche finanziarie possano condizionare le economie di un Paese in forza di un potere che deriva sostanzialmente da un’illusione (e altro non aggiungo perché il finale va gustato con la doverosa dose di sorpresa ed emozione).

La Casa di Carta 5 su Netflix: Lisbona, Palermo, Denver e Manila.

La Casa di Carta 5 su Netflix: Lisbona, Palermo, Denver e Manila.

Quindi, la Casa di Carta è una serie che racconta la reazione al condizionamento dell’esistenza della gente normale da parte dei grandi possessori di denaro. La missione della banda non è il furto in sé e solo per il gusto di farlo, così da arricchirsi e avere una vita tranquilla in un posto remoto del mondo, ma un’azione collettiva di resistenza contro la percezione contemporanea e mesta che la vita sia solo un periodo indeterminato durante il quale il potere economico in mano a pochi determini la qualità della sopravvivenza del resto del popolo.

Perciò, il Professore, Berlino, Palermo, Tokyo, Nairobi, Denver, Lisbona e tutti gli altri (compresa l’ispettrice Alicia Sierra, scaricata dal sistema che l’ha usata fintantoché le è servita, addossandole poi la colpa dei propri fallimenti), non sono che gli autori del ‘sogno dei ‘normali’ di avere una vita semplicemente serena, senza l’ansia della rincorsa al centesimo e privi della sensazione di essere costretti all’agonia da forze nei confronti delle quali non hanno alcuna possibilità di influenza ma ne sono vittime. E l’unica speranza risiede in qualcuno che si dia alla Resistenza: la banda del Professore.

Qui il Podcast di questa recensione.

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