Stefano Vitelli era il giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Vigevano quando, nel 2009, assolse Alberto Stasi dall’accusa di aver ucciso Chiara Poggi. Quella sentenza fu poi ribaltata nei gradi successivi, fino alla condanna definitiva a 16 anni di carcere. Oggi Vitelli torna sul caso con un libro, Il ragionevole dubbio di Garlasco, e in un’intervista a Il Messaggero offre la sua lettura di una vicenda giudiziaria che non smette di interrogare.
“L’assoluzione per ragionevole dubbio è la vittoria di uno Stato democratico”
Il punto di partenza è una questione di principio che Vitelli vuole mettere in chiaro. “Le aspettative di giustizia che provengono dall’opinione pubblica possono far vivere l’assoluzione per ragionevole dubbio come una sconfitta. Invece è la vittoria di uno Stato liberal democratico”, afferma l’ex gup.
La ragione per cui il caso Garlasco continua ad appassionare il pubblico, secondo Vitelli, è proprio nella sua complessità processuale. “Affascina un po’ tutti perché c’erano le indagini sul ‘biondino dagli occhi di ghiaccio‘, l’alibi che prima viene ritenuto falso e poi si scopre che è vero, le assoluzioni, poi le condanne e quindi dopo anni, con Stasi in carcere, una prima riapertura delle indagini. Poi questa ultima inchiesta, con l’emersione di un nuovo indagato. Il caso Garlasco rappresenta un formidabile esempio di come il ragionevole dubbio non sia un principio astratto, un tecnicismo accademico, ma una garanzia reale che riguarda la vita di tutti noi”.
L’alibi informatico: “Una forte anomalia scoprirlo a due anni dai fatti”
Uno degli snodi centrali dell’intera vicenda processuale è l’alibi informatico di Stasi, che in un primo momento fu ritenuto falso e successivamente si rivelò una prova a suo favore. Vitelli non usa mezze misure nel giudicare la tempistica con cui questa verifica fu condotta. “L’alibi informatico da un elemento indiziario forte contro di lui, divenne una prova a suo favore molto forte. È una forte anomalia avere scoperto l’alibi vero a distanza di due anni, perché normalmente una delle prime verifiche che si fa nei confronti di un sospettato è chiedere: a quell’ora dov’eri?”.
La telefonata al 118 e la natura degli indizi
Vitelli ricostruisce un tratto ricorrente dell’intero processo: la tendenza degli elementi accusatori a perdere consistenza nel momento in cui venivano approfonditi. “In Stasi c’era sicuramente anche questa narrazione più semplificante, alimentata per esempio dalla telefonata al 118: secondo molti la sua voce distaccata e i termini usati erano sintomo di una sospetta freddezza. Tutto il processo ha avuto questa particolarità: quando pensavi di essere arrivato a un elemento indiziario forte, si squagliava, perdeva forza una volta che lo approfondivi”.
“Ci sono stati degli errori. La sfortuna non la processi”
Il giudizio di Vitelli sul percorso giudiziario complessivo non si sottrae alla parola più scomoda. “Sicuramente ci sono stati degli errori. Se Stasi fosse innocente, ci sarebbe stata una forte componente di sfortuna. E la sfortuna non la processi, non crea divisioni, anzi, fa paura”.
La prospettiva sulla revisione del processo
Sul fronte giuridico ancora aperto, Vitelli traccia il percorso praticabile per la difesa di Stasi. “Per quanto riguarda Stasi, verosimilmente la difesa chiederà la revisione del processo. Non è necessario provare l’innocenza sulla base degli elementi sopravvenuti, è sufficiente far emergere il ragionevole dubbio che sia stato Stasi ad uccidere”.
Una distinzione tecnica ma decisiva: la revisione non richiede di dimostrare che Stasi sia innocente, ma solo che esistano elementi sufficienti a mettere in dubbio la sua colpevolezza. Un confine sottile, ma che nella storia giudiziaria italiana ha già fatto la differenza in più occasioni.






Commenta con Facebook