Gli Emirati Arabi Uniti escono dall’OPEC e dall’OPEC+. L’annuncio è arrivato oggi, martedì 28 aprile, tramite l’agenzia di Stato WAM, con effetto immediato: l’uscita diventa operativa il 1° maggio. Abu Dhabi era entrata nell’organizzazione nel 1967, sette anni dopo la sua fondazione, e fino a febbraio 2026 era il terzo produttore del cartello, dietro Arabia Saudita e Iraq, con 3,4 milioni di barili al giorno. Non è un’uscita qualunque.

Per l’Italia, la data non è casuale: il 1° maggio scade anche il taglio delle accise sui carburanti che il governo ha prolungato per tutto aprile. Al 22 aprile, la benzina self-service costava in media 1,741 euro al litro; il diesel aveva già superato i 2 euro, attestandosi a 2,075 euro al litro. Con il Brent che nella mattinata del 28 aprile ha superato i 110 dollari al barile per la prima volta da inizio aprile, il margine per un rientro dei prezzi alla pompa si restringe ulteriormente.

Perché gli Emirati hanno deciso di uscire

Il ministro dell’Energia e delle Infrastrutture emiratino Suhail Al Mazrouei ha dichiarato che la decisione “riflette l’evoluzione della politica produttiva degli UAE e la loro capacità attuale e futura, basata sull’interesse nazionale”. Una formula diplomatica che copre motivazioni concrete e stratificate.

Fonti di mercato risalenti al 2024 e al 2025 citavano già il fatto che ADNOC (Abu Dhabi National Oil Company) volesse raggiungere un target di 5 milioni di barili al giorno entro inizio 2026, anticipando un obiettivo fissato inizialmente al 2027. Questo orientamento aveva creato frizioni con l’OPEC+ già negli anni precedenti, in particolare con l’Arabia Saudita, principale sostenitrice delle politiche di limitazione produttiva. Il conflitto con l’Iran ha accelerato tutto. La mossa degli UAE è arrivata dopo che il Paese ha criticato gli altri Stati arabi per non aver fatto abbastanza per proteggerlo dagli attacchi iraniani durante la guerra. Anwar Gargash, consigliere diplomatico del presidente degli UAE, ha dichiarato al Gulf Influencers Forum lunedì: “I paesi del GCC si sono sostenuti a vicenda logisticamente, ma politicamente e militarmente la loro posizione è stata storicamente la più debole”. L’uscita degli UAE segue quella del Qatar, che aveva lasciato l’OPEC nel 2019 sostenendo che la propria identità di grande produttore di gas rendesse la membership irrilevante. Un precedente che in qualche modo aveva già preparato il terreno.

Il colpo all’OPEC e gli effetti sul mercato

Rystad Energy, attraverso l’analista Jorge Leon, ha sintetizzato così la portata dell’evento: “Il ritiro degli UAE segna un cambiamento significativo per l’OPEC. Nel breve termine gli effetti potrebbero essere attenuati dalle disruzioni in corso nello Stretto di Hormuz, ma l’implicazione a lungo termine è un’OPEC strutturalmente più debole”.

Sul piano economico, l’uscita di Abu Dhabi produce effetti ambivalenti. Da un lato, gli Emirati potrebbero avere più margine per aumentare la produzione senza vincoli di quota. Dall’altro, un’OPEC+ più fragile potrebbe perdere capacità di coordinamento proprio nei momenti di crisi: meno prevedibilità per i mercati. Il petrolio ha risposto immediatamente.

Dopo la notizia dell’uscita emiratina, il WTI ha superato i 100 dollari al barile per la prima volta dal 10 aprile, salendo fino a quasi 102 dollari. Il Brent internazionale ha raggiunto quasi 113 dollari al barile. Per Donald Trump, l’uscita degli UAE rappresenta una vittoria politica: il presidente americano ha accusato ripetutamente l’OPEC di “spennare il resto del mondo” gonfiando i prezzi del petrolio e ha collegato il sostegno militare americano ai Paesi del Golfo alle politiche sui prezzi del greggio.

Lo Stretto di Hormuz e il rebus logistico

Anche producendo di più, gli Emirati si trovano di fronte allo stesso ostacolo di tutti gli altri operatori del Golfo. Con lo Stretto di Hormuz chiuso, non è chiaro quanto velocemente qualsiasi aumento di produzione emiratina riuscirà effettivamente a raggiungere i mercati internazionali. Prima dello scoppio del conflitto, attraverso lo Stretto transitavano almeno 130 navi al giorno. Al 28 aprile solo sei navi stavano tentando di attraversarlo. Attraverso il canale passava normalmente un quinto del petrolio e del gas naturale mondiali. Secondo la dichiarazione ufficiale emiratina, il Paese “continuerà ad agire in modo responsabile, portando ulteriore produzione sul mercato in modo graduale e misurato, allineato alla domanda e alle condizioni di mercato”.

Cosa succede in Italia dal 1° maggio

Il quadro per gli automobilisti italiani nei prossimi giorni è scomodo su tutti e tre i fronti che contano: il prezzo del greggio internazionale sale, il taglio delle accise scade, e la maggiore offerta potenziale emiratina è bloccata dalla stessa crisi che tiene alto il Brent.

In Italia si guarda alle mosse del governo sulle accise, il cui taglio di 25 centesimi scade il primo maggio. Al momento non risultano annunci di proroga. Se il governo non interverrà entro il 30 aprile, dal 1° maggio le accise torneranno ai livelli ordinari, sommandosi a una quotazione del greggio già sopra 110 dollari.

Per i mercati, la perdita di coordinamento dell’OPEC significa soprattutto una cosa: meno prevedibilità. Per chi fa il pieno, quella parola si traduce in oscillazioni difficili da anticipare almeno fino a quando lo Stretto di Hormuz non riapre ai traffici ordinari.