La Procura di Foggia ha inserito 16 persone nel registro degli indagati per i reati di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro. Tra di essi c’è anche la moglie di Michele Di Bari, 62enne di Mattinata, direttore del dipartimento per le Libertà civili e l’immigrazione.

Degli indagati, due – un gambiano e un senegalese – sono finiti in carcere, tre agli arresti domiciliari e 11 (tra cui la moglie del prefetto) sottoposti all’obbligo di firma. Sono una decina le imprese agricole sottoposte a controllo giudiziario. Le indagini sono riferite al periodo compreso tra luglio e ottobre dell’anno scorso quando alcuni imprenditori agricoli si sarebbero rivolti a un cittadino straniero – il presunto caporale – per reclutare manodopera da impiegare nei campi del Foggiano.

Sottoposte al vaglio degli inquirenti le condizioni di sfruttamento cui erano sottoposti numerosi braccianti extracomunitari provenienti dall’Africa, impiegati a lavorare nelle campagne della Capitanata, tutti ‘residenti’ nella nota baraccopoli di Borgo Mezzanone, dove insiste un accampamento che ospita circa 2000 persone, che vivono in precarie condizioni igienico-sanitarie e in forte stato di bisogno.

La moglie di Di Bari, Rosalba Livrerio Bisceglia, di 55 anni, è socia titolare di un’azienda agricola di famiglia con sede legale a Foggia. Si tratta di una delle dieci aziende coinvolte nell’inchiesta.

Michele Di Bari si è dimesso

Come conseguenza delle indagini, si è dimesso Michele di Bari. Lo ha reso noto il Viminale.

Naturalmente, l’inchiesta sta scatenando anche la polemica politica. “Fratelli d’Italia chiede al ministro dell’Interno Lamorgese di venire in aula a riferire del coinvolgimento della moglie del capo Dipartimento per le Libertà civili e l’immigrazione del Viminale, Michele di Bari, nell’inchiesta della Procura di Foggia sul caporalato. Questa vicenda rischia di essere un’ulteriore pagina buia”, ha affermato la deputata di Fratelli d’Italia Wanda Ferro.

Dose rincarata da Francesco Lollobrigida, capogruppo di FDI alla Camera: “Non basta che il capo del dipartimento per le Libertà civili e l’Immigrazione del Viminale si dimetta dal proprio incarico. Dopo anni di continue criticità, serve una vera svolta per mettere la parola fine alla scandalosa gestione dei dossier in capo al ministero dell’Interno che ha in Lamorgese la principale responsabile. Dall’immigrazione alla sicurezza, gli errori e la superficialità del ministro evidentemente riguardano anche gli uomini da lei confermati in ruoli chiave per la gestione del dicastero. Lamorgese si dimetta o sia il presidente del Consiglio Draghi a rimuoverla quanto prima”.