Ruotano attorno al Dna sui pedali della bicicletta le testimonianze degli ex uomini del Ris di Parma, sentiti come testimoni dai pm di Pavia nell’inchiesta sul delitto di Garlasco. Dopo la chiusura delle indagini su Andrea Sempio e lo scontro tra i consulenti di parte, emergono ora i verbali di chi, nel 2007, lavorò a quelle analisi. Il punto è sempre lo stesso: le due contro-analisi negative del 20 settembre 2007, che secondo l’accusa e la difesa di Alberto Stasi non furono depositate agli atti. Sempio è indagato con la presunzione di innocenza, mentre Stasi sta scontando una condanna definitiva per l’omicidio.
Garofano: “Non ho ricordo di quegli esiti”
L’ex generale del Ris Luciano Garofano, sentito il 25 settembre, ha messo a verbale di non ricordare di aver mai visto esiti delle analisi sul Dna dei pedali successivi a quelli del 19 settembre 2007, quelli che diedero la corrispondenza con il profilo di Chiara Poggi.
“Il capitano Marino mi ha sicuramente informato”, ha spiegato riferendosi all’esito positivo del 19 settembre. Ma sulle contro-analisi ha aggiunto: “Non ho alcun ricordo preciso del fatto, non so dire come e quando”. Alla domanda se avesse revisionato la relazione di Marino del 24 settembre, ha risposto: “Non ho alcun specifico ricordo, potrei solo riferire che da comandante trasmettevo gli atti”. E su chi avvertì la pm dell’epoca degli esiti: “Verosimilmente io, non ricordo quando”.
Portera e Coli: una “voce” di laboratorio
Anche l’ex del Ris e genetista Giorgio Portera ha detto di non essersi mai occupato direttamente di quelle analisi. “Ricordo che Marino mi aveva detto di aver trovato il Dna della Poggi, che il quantitativo era consistente e che aveva dato esito negativo ai test specifici relativi alla presenza di sangue”, ha spiegato. “Non ho memoria del fatto se il risultato sia stato messo in dubbio oppure no, ma credo di no, altrimenti se ne sarebbe parlato di più”. All’epoca, ha ricordato, “avevo 29 anni, ero ancora un sottotenente, ero l’ultimo arrivato”.
Un ricordo più netto è quello dell’ex investigatore Alessandro Coli, all’epoca vicino di scrivania del capitano Marino. “Ricordo questo argomento del discorso dei pedali, il fatto che da un prelievo è uscito il Dna e poi da altri prelievi ripetuti non è uscito niente, era una cosa anomala”, ha messo a verbale. Coli ha parlato di una “voce” tramandata in laboratorio su “un esito dubbio sui pedali”, e ha aggiunto: “Lo ricordo come una cosa strana, da esperto biologo questo mi lasciò più perplesso. Non so se ne parlai direttamente con Marino, però come risultato mi sembrava un po’ strano non riottenere un profilo da una superficie”.
Coli ha anche riferito che, durante quelle attività, erano spesso presenti in laboratorio i consulenti della difesa di Stasi: “Secondo me entravano, facevano l’attività insieme e ricontrollavano i risultati, questo intuivo”.
Il consulente della Procura: “Quella ripetizione non era dovuta”
A ridimensionare la portata delle contro-analisi è il consulente della Procura, Carlo Previderè, nel suo elaborato agli atti della nuova indagine. Secondo Previderè, “nessuna linea guida o raccomandazione dell’epoca (ma anche attuale) avrebbe richiesto l’ulteriore ripetizione dell’amplificazione del campione bu_p, stante l’eccellente qualità dei profili ottenuti il giorno precedente”. La replica del test, quella su cui si discute, sarebbe stata da parte del carabiniere Marino “un eccesso di zelo”.
Per il consulente, la presenza del Dna della vittima “è un dato solido in termini di riproducibilità e attendibilità. Nessun consulente o perito ha mai messo in discussione la qualità e l’attribuzione di tale profilo alla vittima”. Il dato ottenuto dall’estratto del 19 settembre, conclude, “è da considerarsi valido e attendibile per la scienza dell’epoca”.






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