L’agenzia di stampa iraniana Fars ha diffuso oggi la notizia che due missili hanno colpito una fregata della Marina degli Stati Uniti nei pressi dell‘isola di Jask, lungo la costa iraniana affacciata sul Mar Arabico, dopo che l’imbarcazione avrebbe tentato di entrare nello Stretto di Hormuz ignorando le intimazioni delle forze navali della Repubblica islamica. Secondo la stessa fonte, la nave si sarebbe allontanata dalla zona in seguito ai colpi.

Un alto funzionario statunitense, citato dal giornalista di Axios Barak Ravid, ha smentito la versione iraniana: nessuna nave americana è stata colpita da missili nei pressi di Hormuz. Nessuna conferma è arrivata né dal CENTCOM né dalla Marina degli Stati Uniti. Non ci sono al momento informazioni indipendenti verificabili su danni o vittime.

Il contesto: Project Freedom e la crisi di Hormuz

L’episodio si inserisce in una crisi che va avanti dal 28 febbraio scorso, quando gli Stati Uniti e Israele hanno avviato operazioni militari contro l’Iran. Teheran ha risposto chiudendo lo Stretto di Hormuz, uno dei corridoi marittimi più importanti al mondo: prima del blocco, da lì transitava circa il 25% del commercio globale di petrolio e il 20% del gas naturale liquefatto. Secondo l’Organizzazione Marittima Internazionale (IMO), dall’inizio della crisi sono rimaste bloccate nella zona circa 2.000 imbarcazioni con a bordo fino a 20.000 marittimi, alcune delle quali con scorte di cibo, carburante e acqua in esaurimento.

Nella notte tra domenica 3 e lunedì 4 maggio Trump ha annunciato su Truth Social il varo di “Project Freedom“: un’operazione per guidare fuori dallo Stretto le navi mercantili di Paesi terzi non coinvolti nel conflitto, presentata dal presidente come “un gesto umanitario”. Il Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) ha confermato che il supporto prevede 15.000 militari, oltre 100 aeromobili (terrestri e imbarcati su portaerei), cacciatorpediniere lanciamissili e droni multidominio. L’ammiraglio Brad Cooper ha definito la missione “difensiva”.

La replica di Teheran era arrivata prima ancora che l’operazione iniziasse. Ebrahim Azizi, capo della commissione per la sicurezza nazionale del parlamento iraniano, ha dichiarato su X che “qualsiasi interferenza americana nel nuovo regime marittimo dello Stretto di Hormuz sarà considerata una violazione del cessate il fuoco” concordato tra il 7 e l’8 aprile scorso. Il comandante del quartier generale centrale iraniano Khatam al-Anbiya è stato ancora più diretto: “Avvertiamo che qualsiasi forza armata straniera, in particolare l’esercito americano, se intende avvicinarsi e entrare nello Stretto di Hormuz, sarà soggetta ad attacco”.

Il quadro più ampio: trattative ferme, navi bloccate, prezzi del petrolio

Mentre si registra l’incidente di Jask, i negoziati tra USA e Iran procedono a rilento. Il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano Esmail Baghaei ha affermato che “gli Stati Uniti stanno avendo difficoltà a rinunciare alle loro richieste eccessive” e che questa è la causa principale della lentezza del processo diplomatico. Parallelamente, il portavoce ha confermato che “sono in corso colloqui con l’Oman riguardo a un protocollo per il passaggio sicuro delle navi attraverso lo Stretto di Hormuz”.

Trump, da parte sua, ha detto all’agenzia Bloomberg che con l’Iran “sta andando molto bene”, aggiungendo che “le discussioni potrebbero portare a qualcosa di molto positivo.” Una lettura considerevolmente più ottimistica rispetto alle dichiarazioni militari di entrambe le parti.

Sul fronte energetico, al momento il greggio WTI si mantiene sotto i 102 dollari al barile e il Brent sopra i 108 dollari. I mercati europei hanno aperto la seduta del 4 maggio con cautela: il CAC 40 di Parigi cedeva lo 0,15% nei primi scambi, il DAX di Francoforte guadagnava lo 0,05%.