Nel 2026 cambiano le soglie che determinano quanto denaro può essere pignorato su un conto corrente. Il parametro centrale resta l’assegno sociale, che quest’anno è stato rivalutato a 546,24 euro. Da questo valore dipendono le quote di denaro che devono restare disponibili al debitore per garantire il minimo vitale.
Il pignoramento è uno strumento legale utilizzato da creditori privati o enti pubblici per recuperare somme non pagate. Tuttavia la normativa italiana stabilisce limiti precisi per evitare che chi ha debiti venga privato delle risorse indispensabili per vivere.
La soglia di protezione nel 2026
Nel 2026 il valore dell’assegno sociale stabilito dall’INPS è pari a 546,24 euro.
Per questo motivo il limite che protegge parte delle somme presenti sul conto corrente è fissato nel triplo dell’assegno sociale, cioè 1.638,72 euro
Questa soglia rappresenta la quota minima che deve restare intatta quando il pignoramento riguarda lavoratori dipendenti o pensionati.
In pratica:
- se sul conto ci sono meno di 1.638,72 euro, la somma non può essere pignorata;
- se la giacenza supera questa cifra, il creditore può intervenire solo sulla parte eccedente.
La regola vale sia per debiti verso soggetti privati sia per quelli nei confronti dell’Agenzia delle Entrate Riscossione.
Chi rischia di più: lavoratori autonomi
La situazione è diversa per lavoratori autonomi e altri soggetti non titolari di stipendio o pensione accreditati.
In questi casi, se non sono presenti sussidi o trattamenti assistenziali impignorabili, non esiste una soglia minima di protezione sulla giacenza del conto corrente.
Questo significa che l’intero saldo può essere aggredito dal creditore.
Pignoramento di stipendi e pensioni: le regole
Quando il pignoramento riguarda stipendio o pensione, la normativa applica limiti diversi rispetto alla semplice giacenza bancaria.
Per i creditori privati:
- può essere trattenuto al massimo un quinto dello stipendio netto;
- non possono esserci più pignoramenti contemporaneamente, salvo crediti di natura diversa.
Se i crediti appartengono a categorie differenti (ad esempio alimentari, fiscali o ordinari), la somma complessiva trattenuta può arrivare fino a due quinti dello stipendio netto.
Le pensioni sono più protette
Le pensioni hanno un livello di tutela maggiore rispetto agli stipendi.
Il pignoramento del quinto si applica solo sulla parte che supera il doppio dell’assegno sociale, cioè 1.092,48 euro nel 2026.
In concreto, il creditore può prelevare un quinto della differenza tra la pensione totale e questa soglia minima.
Anche in questo caso, con pignoramenti di categorie diverse, si può arrivare fino a due quinti dell’eccedenza.
Quanto può trattenere il Fisco
Quando il creditore è lo Stato, tramite l’Agenzia delle Entrate Riscossione, le percentuali cambiano.
Nel 2026 il prelievo massimo su stipendi e pensioni è:
- un decimo se l’importo mensile è fino a 2.500 euro;
- un settimo se è tra 2.500 e 5.000 euro;
- un quinto oltre 5.000 euro
Queste soglie sono state introdotte per mantenere una proporzione tra il reddito del debitore e la quota prelevabile.
L’ultima mensilità non può essere pignorata
La legge prevede inoltre una tutela specifica per chi subisce un pignoramento.
L’ultimo stipendio o l’ultima pensione accreditati dopo la notifica del pignoramento non possono essere prelevati.
Questa norma serve a evitare che il debitore perda improvvisamente l’intera mensilità necessaria per affrontare spese essenziali come affitto, bollette o alimenti.
Perché le soglie cambiano ogni anno
Le soglie di pignoramento non sono fisse. Cambiano perché sono collegate all’assegno sociale, che viene rivalutato annualmente.
Quando l’importo dell’assegno aumenta:
- cresce anche il minimo vitale impignorabile;
- diminuisce lo spazio di intervento per i creditori.
Questo meccanismo consente di adeguare le tutele al costo della vita.






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