Otto su otto. Matteo Salvini la spara grossa. Ma in campagna elettorale a una settimana dal voto in Umbria dove la vittoria della candidata di centrodestra – Donatella Tesei, presidente della commissione Difesa del Senato, leghista – è data per scontata è il minimo che possa fare un politico navigato come lui.

Dal palco di piazza San Giovanni a Roma, quello fin qui monopolizzato dai sindacati per il concerto del 1° maggio e dalla Sinistra che ne fa luogo di elezione dei suoi appuntamenti pubblici, il leader della Lega comincia la sua cavalcata in vista degli otto appuntamenti per il rinnovo di altrettanti consigli regionali da domenica prossima 27 ottobre (appunto in Umbria) fino a tutto il 2020 quando si voterà in Emilia Romagna (il 26 gennaio) e poi in Campania, Liguria, Marche, Puglia, Toscana e Veneto.

In piazza c’è anche la Sicilia con il Presidente Nello Musumeci che dallo stesso palco di cose ne manda a dire al centrodestra

La chiamata alla piazza di ieri è stata un successo. Poco da dire: sul numero (ufficiale o sbandierato dagli organizzatori) conta di più l’effetto scenico. Piazza San Giovanni era piena. Bandiere del centrodestra (seppure smorzando le polemiche della vigilia con la Meloni), presidenti di Regione sul palco (compreso il siciliano Nello Musumeci) e una gran voglia di predicare unità. Tanto che persino il discorso del cavaliere Silvio Berlusconi sul palco (a parte qualche invito della piazza a far presto per dare voce prima alla leader di Fratelli d’Italia e dopo all’attesissimo Matteo Salvini) è stato sufficientemente digerito.

Salvini però inaugura una nuova stagione. Apparentemente incomprensibile. Usa toni moderati e si pone in attesa almeno nella scalata al governo nazionale. Perché se da un lato annuncia il filotto alle regionali (tutto da verificare alle urne, ca va sans dire) dall’altro dichiara: “Vi invito a portare pazienza, dobbiamo fare questa battaglia insieme senza egoismi e il nostro cammino sarà inarrestabile”. E non si capisce se sia un invito a pazientare per la presenza sul palco degli alleati Meloni e Berlusconi o se rinvii al 2023 la successione alla guida del Paese.

Incomprensibile perché se si guarda alla piazza di San Giovanni e specularmente ai venti di guerra che alitano dall’altro lato della barricata, il buon Salvini avrebbe le carte in regola per gridare “andate a casa, incapaci”.
Sì perché ieri mentre il centrodestra apparentemente unito incassava il favore della piazza, la nuovissima coalizione giallo-rosa litigava sulla lotta all’evasione fiscale tanto che il presidente del consiglio Giuseppe Conte (sempre più sbilanciato a favore Pd) doveva rispondere a nuore (dove le nuore sono il nuovo nemico, Luigi Di Maio, e il nemico di sempre, Matteo Renzi): “Chi non fa squadra, è fuori”. Calmino Giuseppe, viene da dire.

Terreno fertile per Salvini, dunque. No. Senza mojito in mano, Matteo della Lega gioca a stupire sempre. Quando può incassare il massimo senza il minimo sforzo, si fa prendere dal pudore dell’uomo di Stato. Ma chi ci crede, poi.
Evidentemente non serve. Non serve a Salvini, spodestare Conte e tutto quello che si porta dappresso perché governare è molto più complicato che fare opposizione e la campagna elettorale per la conquista delle otto regioni al voto è più facile contestando le misure di un qualsiasi altro governo in carica. Fa gioco parlare di Sicilia come un campo profughi, è più utile evocare i manganelli alle forze dell’ordine come fa Luca Zaia. Serve più fare propaganda. A favore del popolo degli italioti.