Lo Stato risarcirà le figlie del clochard che è stato bruciato vico a Palermo. Sono trascorsi sette anni per ottenere un risarcimento, nel segno del dolore.

E alla fine una somma che resta lontana dalla gravità di quanto è accaduto. Il ministero della Giustizia ha accolto la richiesta presentata dalle figlie di Marcello Cimino, il clochard di 45 anni bruciato vivo nel marzo del 2017 mentre dormiva sotto il portico della missione San Francesco, ai Cappuccini.

Alle due giovani sarà riconosciuto il massimo previsto dal fondo speciale per le vittime di reati violenti: 50 mila euro complessivi, un importo che viene erogato indipendentemente dal numero degli eredi. Il delitto aveva colpito per la sua brutalità. Cimino fu cosparso di benzina e dato alle fiamme mentre dormiva nel suo giaciglio di fortuna. Morì tra le fiamme senza avere scampo. A ucciderlo fu Giuseppe Pecoraro, 45 anni e disoccupato con due matrimoni alle spalle e tre figli, che confessò poco dopo dicendo di essere convinto che l’uomo avesse una relazione con la moglie da cui era separato.

È stato condannato all’ergastolo nel 2019 e oggi si trova nel carcere di Barcellona Pozzo di Gotto. Il giudice aveva stabilito una provvisionale in favore delle figlie di Cimino, che all’epoca avevano 15 e 17 anni e vivono in condizioni disagiate, ma quella somma non è mai arrivata. L’assassino non aveva soldi e ogni tentativo di recupero si è rivelato inutile. È da qui che parte il percorso che ha portato all’indennizzo statale.

“Abbiamo provato a recuperare i soldi, ma non c’era nulla da prendere”, spiega l’avvocato Antonio Palazzotto, legale delle due giovani. A complicare tutto è stata la presenza di un piccolo magazzino intestato a Pecoraro: “Questa situazione ci ha costretto ad andare avanti con l’iter per la cessione del bene”, aggiunge il legale. Il percorso si è trascinato per anni e alla fine l’immobile è stato messo in vendita ma nessuno lo ha comprato: a quel punto il giudice dell’esecuzione, Gigi Omar Modica, ha dichiarato il tentativo antieconomico e ha disposto la chiusura della procedura. Un passaggio decisivo perché fino a quel momento la presenza di quella proprietà aveva impedito l’accesso al fondo. La legge, infatti, prevede che lo Stato intervenga solo dopo che è stato tentato tutto per recuperare le somme dal condannato e quindi anche un bene di valore modesto può bloccare il pagamento allungando i tempi.

Solo dopo la chiusura di quest’ultimo passaggio è stato possibile ottenere il via libera del ministero. “Abbiamo dimostrato che non c’erano altre possibilità di ottenere il beneficio. Dopo quasi otto anni è arrivata questa somma, che non è granché, ma offre comunque un sollievo per queste ragazze che hanno dovuto subire l’atroce delitto del padre”, dice Palazzotto. Nel caso di Cimino gli aventi diritto erano tre, ma Yolanda Gallidoro, la madre delle giovani ora maggiorenni, ha rinunciato alla propria quota: alle figlie andranno 25 mila euro a testa. “Mio padre era un uomo buono – aveva raccontato Jessica -. Lo vedevamo periodicamente e ci diceva che abitava da un amico, non sapevamo vivesse come un barbone”.