Come hanno vissuto islamici e cristiani le emergenze e le restrizioni imposte dal Coronavirus? Come sono cambiate moschee e chiese, per ottemperare alle misure di sicurezza? Come si è fatta la catechesi a distanza? Per rispondere a queste e altre domande abbiamo messo a confronto il parroco della parrocchia di Sant’Ernesto e l’Imam della Moschea di piazza del Gran Cancelliere. L’appuntamento è fissato proprio in Moschea.

L’Imam Mustafà Boulaalam ci accoglie all’ingresso e dopo che tutti abbiamo lasciato le scarpe fuori ci fa entrare. Apparentemente sembra non sia cambiato nulla, rispetto ai mesi scorsi, eppure si respira una certa sensazione di solitudine. Le copie del Corano nelle varie lingue sono sempre sugli scaffali, ma sembrano dimenticate più che poggiate. Gli orologi elettrici che segnano le ore della preghiera sono spenti. Ma soprattutto sui tappeti sono state apposte delle vistose strisce adesive.

“Abbiamo dovuto porre queste strisce a terra – esordisce l’Imam- per aiutare tutti a mantenere le distanze durante la preghiera; una esperienza cui non eravamo abituati, perché noi preghiamo quasi a stretto contatto di gomito”.

Chiediamo allora al parroco di sant’Ernesto come si è adeguata la sua chiesa parrocchiale. “Abbiamo anche noi – risponde – ottemperato alle prescrizioni che ci sono state imposte, mettendo igienizzatoti per le mani all’ingresso, segnaposto sui banchi per garantire la distanza di 1,5 metri, strisce adesive lungo il corridoio centrale, ed altro, cosi come previsto”.

Chiediamo allora le conseguenze sui fedeli provocate da queste indicazioni. “Riducendo sensibilmente il numero dei posti disponibili – riprende Mustafà – abbiamo istituito dei turni per entrare a pregare. Di conseguenza ho ridotto la durata della preghiera a 15 minuti, mentre fuori tanti altri fratelli attendevano pazienti il momento per accedere alla moschea”.

Tocca ora a don Carmelo. “Anche noi abbiamo modificato il modo di celebrare la Messa: niente coro, un solo celebrante, un solo lettore e un solo ministrante. Le Messe sono così più brevi, vi è meno distrazione e tanto più silenzio che aiutata tutti a pregare meglio”.

Mustafà ci invita a seguirlo in una sala attigua dove ci attende dell’ottimo thè marocchino ed un dolce preparato da lui stesso, secondo la tradizione del suo paese.

La conversazione si sposta sull’uso dei mezzi elettronici utilizzati da entrambi per tenere i contatti con i fedeli rimasti a casa. “Ho provveduto – riprende Mustafà – a inviare settimanalmente il testo del sermone che abitualmente faccio in moschea tramite il web ottenendo come risultato che tutta la famiglia per l’occasione si riunisse insieme per ascoltare e pregare. Il primo risultato è accaduto in famiglia dove si è superata in parte la tradizione islamica che non prevede la preghiera comune per uomini e donne. Ma l’impatto migliore è stato tra i giovani e i bambini che hanno riscoperto il valore della convivenza familiare che prima non avevano, perché passavano gran parte del loro tempo fuori di casa”.

“Anche nella mia parrocchia – aggiunge don Vicari – si è fatto largo uso del web ed abbiamo così garantito non solo i rapporti con i parrocchiani, senza interrompere la normale catechesi, ma anche di accedere a molte case. In molti hanno “scoperto” la parrocchia attraverso il catechismo dei bambini, la Messa trasmessa ogni mattina e le telefonate, fatte e ricevute da me”.

In questi mesi la chiesa cattolica ha celebrato la quaresima e la Pasqua e l’islam il Ramadan, momenti molto forti per entrambe le religioni.

“Certamente – dice Mustafà – è stato diverso dagli altri anni, ma la sua natura non è stata sminuita. Abbiamo tutti trascorso più tempo a casa, dedicandolo soprattutto ai più piccoli, ma non abbiamo rinunciato né al digiuno diurno né al pasto serale di tutta la famiglia riunita, né tantomeno ai gesti di carità fraterna che sono richiesti in questa circostanza Anche la festa finale è stata celebrata come ogni anno al Foro Italico, anche se il rispetto delle norme ha comportato non poche misure di prevenzione che prima non c’erano”.

“L’impossibilità a venire in chiesa per mesi – dice don Carmelo – e a non poter prendere l’Eucarestia è stata una dura prova che ha messo i fedeli tutti di fronte alla necessità di ricomprenderne l’importanza. Tutto ciò in Quaresima e nella Settimana Santa ha richiesto molta fede e la capacità anche di trovare altre forme di partecipazione alla memoria della morte e resurrezione di Nostro Signore. In tanti casi la fede personale ne è uscita rinvigorita, come ogni prova che la vita ci offre consente a chi la affronta con serietà. Adesso che siamo entrati nella fase 2 cominciamo anche a trarre i positivi vantaggi che ne sono derivati, pur soffrendo ancore delle restrizioni che permangono”.

Affrontiamo allora il tema delle difficoltà economiche dei fedeli più poveri. Inizia questa volta don Carmelo. “Fin dall’inizio abbiamo compreso che molte famiglie sarebbero state vittime delle conseguenze economiche dell’interruzione delle attività produttive. Abbiamo aiutato sia quelle che abitualmente assistiamo, sia altre che si sono aggiunte sia quelle che ci sono state segnalate dai servizi sociali del Comune. È scattata una gara di solidarietà tra tutti i parrocchiani che in tanti modi hanno espresso disponibilità, da quella economica a quelle del tempo, assumendosi magari qualche piccolo rischio pur di garantire l’apertura settimanale degli uffici della Caritas”.

Gli chiediamo se ha qualche esperienza particolare da ricordare. “Almeno due – riprende. Quella denominata “Portofranco adotta una famiglia” nata dalla spontanea iniziativa di alcuni professori che fino a due mesi prima ogni pomeriggio svolgevano un doposcuola gratuito in parrocchia. Hanno dato vita ad una sottoscrizione per adottare un numero di famiglie povere da seguire senza uscire da casa con l’aiuto di volontari e di un supermercato convenzionato.
La seconda, altrettanto significativa è sgorgata dal cuore di alcuni parrocchiani e che ha poi coinvolto molti altri: aprire una sottoscrizione per donare all’ospedale Vincenzo Cervello un ventilatore di ultima generazione che serva per il momento attuale della cura del Coronavirus, ma che possa aiutare tanti altri nel futuro”.

La parola passa all’Imam. “La nostra comunità ha sofferto innanzitutto della carenza di beni alimentari, perché in molti hanno perso il lavoro precario o sottopagato, con cui sostenevano la famiglia, spesso con molti figli. Di grande aiuto è stato l’ausilio che ci è venuto dal Banco Alimentare nel momento di maggior bisogno. Abbiamo trasformato la Moschea, in quelle settimane chiusa, in deposito di derrate e così le numerose famiglia della nostra comunità hanno potuto approvvigionarsi del necessario”.

E ora chiediamo? “L’emergenza non è finita; se manca il lavoro come in molti casi dobbiamo registrare, manca tutto e questo si ripercuote in tanti modi sulla nostra comunità islamica”.

C’è tempo prima di andar via di parlare del futuro, almeno di quello più immediato, cioè l’estate. Mustafà è molto guardingo, non vuole fare previsioni. Ma aggiunge: “Penso che molti che come ogni anno avevano in programma di tornare nei paesi di origine, dovranno rivedere tutti i loro programmi. Non vi è al momento certezza sui voli, sulle eventuali quarantene da rispettare, sulle disponibilità economiche perché nelle nostre famiglie molti hanno perso il lavoro e non è detto che riescano a trovarne un altro”.

Don Carmelo ribadisce che anche per molti cristiani della sua parrocchia sarà una estate diversa: “Rinunceremo – aggiunge – al tradizionale pellegrinaggio che facciamo in un santuario mariano e rivedremo anche un modo ormai superato di fare le ferie. Sarà una bella scommessa come quella che abbiamo già affrontato in questi mesi appena trascorsi”.

“Anche per noi – ha concluso Mustafà – si tratta di accettare alcune novità che ci sono state imposte e che ci hanno già cambiato. Ma così come abbiamo verificato finora, Dio è grande e misericordioso e non ci farà mancare la sua compagnia”.

Durante tutto l’incontro la mia attenzione è stata richiamata da una scritta in arabo sulla parete alle spalle dell’Imam, Ne chiedo la traduzione. Mustafà ben felice spiega che si tratte delle ultime due Sure del Corano, esattamente la 113 che ha per titolo “L’alba nascente” che dice: «Mi rifugio nel Signore dell’alba nascente, contro il male di ciò che ha creato, e contro il male dell’oscurità che si estende, e contro il male delle soffianti sui nodi, e contro il male dell’invidioso quando invidia» E la 114, che ha per titolo “Gli uomini” che dice: Di’: «Mi rifugio nel Signore degli uomini, Re degli uomini, Dio degli uomini, contro il male del sussurratore furtivo, che soffia il male nei cuori degli uomini, che [venga] dai dèmoni o dagli uomini».

“Esse hanno – illustra – una grande importanza rituale e i musulmani le recitano molto spesso per preservarsi da ogni male, fisico e spirituale. Alla loro origine sta la storia di un tale Labid, uno stregone ebreo che viveva a Madina, incaricato di gettare sull’Inviato di Allah un terribile incantesimo di morte. Egli riuscì a procurarsi alcuni capelli di Muhammad e fece con essi undici nodi, le sue figlie soffiarono su ognuno dei nodi spaventose maledizioni, confezionarono la fattura unendovi un germoglio di palma da dattero e gettarono il tutto in un pozzo. L’Inviato di Allah cominciò ad avvertire strani malesseri, che si aggravarono finché Allah non gli rivelò in sogno la ragione dei suoi disturbi e il luogo in cui era stata nascosta la fattura. Quando si svegliò venne a lui Gabriele recandogli due Sure. Il Profeta mandò Ali al pozzo con l’incarico di recitare le due Sure. Man mano che egli procedeva nella recitazione, i nodi si scioglievano e Muhammad, recuperava le forze e la lucidità”.

A quel punto don Carmelo chiede la spiegazione del racconto e Mustafà così risponde: “Il riferimento è al maligno che si manifesta in tanti modi, in questo caso attraverso il malocchio che si insinua nel rapporto tra l’uomo e Dio. Il suo obiettivo è allontanarlo da Dio e per fare questo ogni circostanza è buona. Non è un caso, dunque, che nella tradizione islamica la preghiera avviene con un contatto quasi fisico tra coloro che pregano. Non è la mancanza di spazio che ci tiene vicini gomito a gomito, ma la dimostrazione anche fisica che il maligno non deve trovare spazio fra noi, neanche fisicamente e men che mai nella preghiera”.

A questo punto il riferimento spontaneo è alle misure sanitarie di distanziamento che l’emergenza coronavirus ha imposto e continua ad imporre. Mustafà prosegue: “Non vi è dubbio che queste misure, che nascono da precise esigenze di tutela della salute pubblica, vanno eseguite e con rigore. Ma esse se non correttamente spiegate e capite possono influire anche sulla mentalità e il costume di tutti i popoli, non solo di quello islamico. La nostra tradizione millenaria si fonda su tante regole e tanti principi che possono anche mutare nei secoli. Ma deve essere chiaro che esse non sono frutto dell’arbitrio e del capriccio. Tutto ha un senso ed anche difendersi dal contagio ha senso; ma esso deve saper fare i conti con la nostra esperienza e tradizione che nell’Islam hanno un forte impatto anche sulla vita quotidiana”.

“Ma molti ritengono – obiettiamo – che sono solo gesti esteriori e formali e quindi privi di significato”. “Certo può accadere – ha ripreso Mustafà – ma è importante che in ogni gesto, in ogni rito, di ogni religione sia chiaro ai fedeli il significato. Anche alcuni gesti che voi compite nelle celebrazioni liturgiche per noi non sono chiari nel significato. Pregare vicini o distanti può apparire a voi indifferente, mentre per noi ha un senso. Ma se per una qualunque ragione ne perdiamo il senso il gesto diviene privo di significato ed il diavolo ha vinto la sua battaglia”.

Don Carmelo allora aggiunge: “Anche per la nostra tradizione religiosa questa esperienza del coronavirus è stata ed è una grande provocazione. Rinunziare a piccoli gesti come l’abbraccio della pace o stringersi le mani per recitare il Padre Nostro può suonare come una violenza o una vessazione nei nostri confronti. Vi si può e vi si deve temporaneamente rinunciare, ma senza dimenticarne l’importanza e il significato. La cosa più grave sarebbe non compiere più questi e altri gesti quando sarà finito tutto perché ci si è abituati a farne a meno. Vuol dire allora che neanche prima avevano senso ma erano gesti scaramantici, come farsi il segno della croce prima di partecipare ad una manifestazione sportiva. Ecco perché ripeto da mesi che il coronavirus sarà stata una grande occasione di cambiamento se oggi iniziamo a cambiare e se ora i cambiamenti non sono vissuti come imposizione ma come occasione, per noi e per i fratelli islamici e per tutti gli uomini. Il Papa ci ha detto che siamo tutti sulla stessa barca: ecco un altro esempio per salvarci insieme”.