Tommaso Calderone non ha ancora firmato niente, ma a Orvieto, sabato sera, la cena con Vannacci sa già di rito di passaggio. Il deputato messinese, vicepresidente della Commissione Giustizia, sarebbe pronto a lasciare Forza Italia per Futuro Nazionale: presentazione ufficiale domani alla Camera, gruppo che sale a quota nove. Terzo azzurro a traslocare armi e bagagli sotto le insegne del generale.
In lizza come coordinatore regionale
Fin qui la cronaca. Il retroscena comincia dove i comunicati finiscono: perché a Montecitorio, tra un corridoio e l’altro, circola già l’ipotesi che a Calderone non basti la tessera. Gli si cucirebbe addosso un ruolo più pesante, quello di coordinatore regionale di FN in Sicilia. Una poltrona che oggi, semplicemente, non esiste ancora assegnata a nessuno.
Le frizioni in Sicilia
E qui casca l’asino, o meglio il generale. Perché la Sicilia di Futuro Nazionale, fotografata pochi giorni fa da Gianluca Dessì all’Ansa, non è esattamente un plotone compatto in attesa di un condottiero. È un cantiere aperto e litigioso: 153 comitati nati in pochi mesi, oltre 6mila iscritti, sei eletti nell’assemblea nazionale, e nessuna nomina di peso perché, parole di Dessì, “c’è ancora troppa litigiosità”. Il responsabile Sicilia-Sardegna ha persino paragonato l’Isola alla Sardegna, altro laboratorio in ebollizione.
Il caso Calabria
In questo contesto, paracadutare un parlamentare arrivato ieri da Forza Italia sulla poltrona di coordinatore regionale non è una mossa neutra. È una scommessa. E la Calabria è già un piccolo laboratorio di come può andare a finire: a luglio la nomina di Domenico Furgiuele a responsabile regionale, decisa a Lamezia Terme senza passare da un congresso, aveva fatto insorgere una parte della base, con alcune fonti interne che parlavano di centinaia (secondo alcuni fino a oltre mille) di iscritti pronti a stracciare la tessera.
Il partito, va detto, aveva poi smentito la portata della rivolta: il dirigente nazionale Rossano Sasso aveva parlato di oltre 5mila iscritti calabresi “veri e non farlocchi” ma il malumore, comunicati alla mano di due comitati di Lamezia Terme, era stato reale. Il refrain, quello sì, era rimasto lo stesso ovunque: “una nomina calata dall’alto, dov’è la meritocrazia di cui parla il generale?”.
I pretoriani di Vannacci in Sicilia
Trasferito in Sicilia, lo schema rischia di ripetersi almeno nella dinamica, se non nei numeri. I “pretoriani” della prima ora, chi ha fondato comitati quando Vannacci era ancora un fenomeno da tour, non un partito con seggi in Parlamento, potrebbero non digerire che il timone regionale finisca a un ex forzista arrivato con il vento in poppa della notorietà nazionale. Sarebbe la classica ferita da corpo estraneo: brucia di più quando chi arriva da fuori scavalca chi ha fatto la gavetta sul territorio.
L’altra ipotesi
C’è però anche la lettura opposta, quella che Vannacci stesso potrebbe accarezzare: un parlamentare di peso, con visibilità e agganci istituzionali, come garante super partes capace di mettere ordine proprio dove Dessì ha certificato il caos. Un commissariamento morbido, insomma, che sposterebbe il baricentro del conflitto dai comitati locali a Roma, spegnendo sul nascere le liti di cortile.
Tra le due ipotesi, il precedente calabrese, al netto delle smentite di rito, suggerisce che le nomine verticali, in questo partito, tendono a far rumore prima di far ordine. Se Calderone dovesse davvero sedersi su quella poltrona, la vera notizia non sarà l’investitura, ma quanto durerà la tregua prima che i comitati siciliani tornino a litigare.






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