Bastano quattro parole, “lo Stretto di Hormuz è chiuso” per rimettere in moto la macchina della paura nei mercati globali. Da quando, il 28 febbraio scorso, l’escalation militare tra Stati Uniti, Israele e Iran ha portato alla dichiarazione di chiusura di quel corridoio marittimo attraverso cui transita un quinto di tutto il petrolio mondiale, il settore delle costruzioni italiano ha iniziato a fare i conti con rincari che ricordano i giorni bui del 2022, sulla scia dell’invasione russa dell’Ucraina.
L’allarme di Ance Enna
A lanciare l’allarme, con parole nette, è Enzo Talio, presidente di ANCE Enna: “Già dalla scorsa settimana, e in aumento nelle ultime ore, stiamo ricevendo segnalazioni da parte delle nostre imprese di rincari dei materiali da costruzione, non solo derivati petrolchimici come il bitume, ma anche altri come l’acciaio, e con aumenti dei costi di trasporto”. Una denuncia che rispecchia fedelmente quella della presidente nazionale Ance, Federica Brancaccio, che parla di segnalazioni diventate nel giro di pochi giorni “centinaia” da tutta la penisola.
I prezzi del 2025: il punto di partenza
Per comprendere la portata dell’impennata in corso, occorre partire dalla fotografia dei prezzi nel corso del 2025, anno che pure aveva registrato una fase di allentamento rispetto ai picchi post-pandemia. Il bitume, derivato della raffinazione del petrolio grezzo e materiale cardine per le pavimentazioni stradali, aveva perso il 9,6% nel confronto annuo a gennaio 2025, riflettendo la frenata dei consumi globali di carburante legata alla transizione verso i veicoli elettrici in Cina. Nei primi otto mesi dell’anno la flessione cumulata era arrivata a un -12,7%, secondo i dati del Centro Studi ANCE. Il tondino di ferro aveva registrato un calo analogo, pari a -10,1% su base annua a inizio 2025, con la produzione siderurgica italiana in arretramento del 5% rispetto all’anno precedente.
I nastri di acciaio a caldo, principale semilavorato per le strutture metalliche, si attestavano intorno ai 550 euro per tonnellata a inizio 2025, con poca volatilità attesa dagli analisti. Le travi e le lamiere grezze oscillavano tra 750 e 1.000 euro per tonnellata, mentre per le strutture saldate il prezzo partiva da 1,70 euro al chilogrammo. L’acciaio inossidabile di qualità 1.4301 si collocava a 2,59 euro al chilogrammo. Sul fronte del bitume per asfaltature, il prezzo di mercato ruotava attorno ai 400 euro per tonnellata nel corso del 2025. Un quadro che appariva, tutto sommato, gestibile. Fin quando non è arrivata la guerra.
La speculazione viaggia con i noli
Il meccanismo di trasmissione dello shock è, questa volta, più sofisticato rispetto a quello innescato dal conflitto in Ucraina. Non si tratta soltanto del caro-petrolio che gonfia direttamente il prezzo del bitume derivato petrolchimico per eccellenza. Il contagio si diffonde lungo l’intera catena logistica: i noli marittimi sono schizzati, il gasolio per i camion è rincarato in poche ore, e chi compra acciaio, cemento o qualsiasi altro materiale da costruzione deve fare i conti con costi di trasporto stravolti. “Tutto quello che deve essere trasportato” rincara, per usare le parole della presidente Brancaccio. Il bitume per asfaltature, secondo segnalazioni riportate da Ingenio, è passato in pochi giorni da circa 400 euro a circa 600 euro per tonnellata: un balzo del 50% in tempi brevissimi, che le imprese definiscono apertamente ingiustificato sul piano dei fondamentali.
A certificare che si tratta di dinamiche almeno in parte speculative c’è la rapidità stessa dei rincari: il conflitto è scoppiato il 28 febbraio, e le prime segnalazioni alle associazioni territoriali di ANCE sono arrivate già nelle prime ore. I mercati, insomma, hanno anticipato gli effetti reali sulle forniture, amplificando una tensione che potrebbe rivelarsi più duratura del previsto. ANCE Marche ricorda come i prezzi di realizzazione delle opere nel 2025 fossero già superiori del 30% rispetto alle previsioni di gara, con l’acciaio a +30% e il bitume a +49% sul periodo pre-Covid. La nuova fiammata rischia di sommarsi a una base già compromessa.
Lo scenario: stagflazione e Pnrr a rischio
I numeri che circolano tra gli economisti delineano uno scenario cupo. L’Ufficio studi della CGIA di Mestre ha stimato che la guerra in Iran potrebbe costare alle imprese italiane quasi 10 miliardi di euro in più nel solo 2026: 7,2 miliardi in bollette elettriche e 2,6 miliardi in gas, con una variazione percentuale del 13,5% rispetto all’anno precedente. Alla vigilia dell’attacco israelo-americano, il gas scambiava a 32 euro per megawattora e l’energia elettrica a 107,5 euro. In pochi giorni, al 4 marzo, i prezzi erano saliti rispettivamente a 55,2 e 165,7 euro. Per l’edilizia, industria ad alta intensità energetica, si tratta di un colpo durissimo: produrre acciaio costa energia, trasportare materiali costa carburante.
Per il settore delle costruzioni, il pericolo più immediato è la tenuta dei cantieri del PNRR. Come spiega il presidente di ANCE Enna, le imprese “sono impegnate in uno sforzo importante per portare a termine i lavori nei tempi previsti”. L’aumento imprevedibile dei costi rischia di rendere antieconomici contratti firmati mesi fa sulla base di prezzari ormai superati. “Senza un intervento urgente”, avverte Talio, “le imprese saranno costrette a sopportare da sole gli effetti della guerra con pesanti conseguenze sulla tenuta del sistema”. La storia recente insegna: fu esattamente quello che avvenne nel 2022, quando centinaia di imprese rinunciarono ad appalti già aggiudicati perché i prezzi dei materiali li avevano resi insostenibili.
Sul fronte macroeconomico, gli analisti avvertono del rischio di stagflazione: crescita debole accompagnata da inflazione in risalita. Henry Cook di MUFG Bank segnala che l’area euro aveva iniziato il 2026 con un’inflazione attesa intorno all’1,7%, ma la fiammata energetica potrebbe portarla a superare l’obiettivo del 2% fissato dalla BCE. Il Codacons ha già stimato che un punto percentuale in più di inflazione si tradurrebbe in circa mille euro di costi aggiuntivi all’anno per una famiglia con due figli, sommando bollette, carburanti e beni di consumo.
Caso per caso: il rischio mutui
Il cerchio si chiuderebbe attorno alle famiglie che vogliono acquistare casa. Prezzi di costruzione più alti significano costi di realizzazione più elevati per le imprese, che li trasferiscono sulle quotazioni degli immobili nuovi. Nel 2025, nonostante la contrazione produttiva, il mercato immobiliare aveva mostrato segnali incoraggianti: le compravendite di abitazioni avevano superato quota 765mila transazioni, con prezzi delle abitazioni in crescita del 3,9% nei primi otto mesi dell’anno, secondo le rilevazioni ANCE. Una ripresa fragile che i nuovi rincari potrebbero compromettere.
A preoccupare è anche lo scenario sui tassi. Se l’inflazione dovesse risalire in modo strutturale, la BCE potrebbe trovarsi costretta a invertire la rotta sui tassi di interesse, dopo la stagione dei tagli del 2024-2025. Un rialzo dei tassi — anche solo parziale — si tradurrebbe in rate dei mutui a tasso variabile più pesanti per chi ha già un finanziamento in essere, e in condizioni di accesso al credito più difficili per chi vuole comprare casa. Il settore immobiliare, insomma, potrebbe trovarsi stretto tra costi di costruzione che salgono e domanda che frena: la peggiore delle combinazioni per chiunque abbia posato la prima pietra di un cantiere.
La proposta: il modello Ucraina
ANCE chiede al Governo di replicare lo strumento adottato durante la guerra in Ucraina: una misura di “sterilizzazione” dell’aumento del gettito fiscale derivante dall’incremento dei prezzi, da estendere a tutti i materiali da costruzione che risentono direttamente o indirettamente della crisi in corso. Non solo carburanti e bollette, dunque, ma acciaio, bitume e qualunque altro materiale il cui prezzo sia stato distorto dalla speculazione. L’associazione sottolinea che si tratterebbe di una misura dall’impatto “limitato e misurabile” sui conti pubblici, senza rischi di dispersione della spesa. La richiesta del ministro Giorgetti di un coordinamento europeo va nella giusta direzione, ma i tempi della politica comunitaria rischiano di essere troppo lenti rispetto all’urgenza dei cantieri.
Quel che è certo è che il settore delle costruzioni, dopo anni di alti e bassi tra Superbonus e PNRR, si trova di nuovo di fronte a un banco di prova durissimo. La guerra ha già bussato alla porta. E stavolta non bussa con le armi, ma con i prezzi






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