Non un reato ma un insieme di reati commessi nel tempo e replicati più e più volte. Antonello Montante (al secolo Antonio Calogero) aveva messo in piedi una rete di dimensioni colossali che gli investigatori definiscono ‘sistema Montante’. Ne facevano parte alti ufficiali dei carabinieri e della Guardia di Finanza, vertici dei servzi segreti civili, funzionari di polizia a Palermo come a Caltanissetta. Un sistema che permetteva a Montante, secondo l’accusa, di conoscere qualsiasi cosa fosse contenuta nei sistemi informatici della giustizia italiana a tutti i livelli.

Ben cinque pentiti parlano di Montante e delle sue pregresse relazioni pericolose ma uno solo per conoscenza personale, gli altri de relato. Frequentazioni pericolose, appunto, ma non concorso esterno secondo i giudici di Caltanissetta. Ma l’indagine che ha portato agli arresti di oggi, si concentra sulla rete informativa illegale che era stata messa in piedi.

Attraverso i funzionari corrotti Montante era in grado di controllare cosa dicevano di lui i pentiti ancora prima che queste affermazioni arrivassero sul tavolo della magistratura per i riscontri. Secondo gli investigatori “le risultanze investigative, arricchitesi nel tempo grazie al contributo fornito da ulteriori collaboratori di giustizia… pur confermando il dato relativo ai diretti rapporti in passato intrattenuti dal Montante con uomini di vertice dell’organizzazione cosa nostra, non sono risultate sufficienti per affermare, in modo processualmente spendibile, la configurabilità del reato di concorso esterno in associazione mafiosa ipotizzato a carico dell’indagato”.

“Tali elementi – continuano gli inquirenti – appaiono tuttavia offrire la cornice all’interno della quale incastonare le ulteriori acquisizioni procedimentali, fornendo la corretta chiave di lettura tanto della ‘linea legalitaria’ cui il Montante, a parole, ha improntato la sua azione e di cui si è fatto paladino in seno a Confindustria, quanto di quella rete di relazioni che ha dato vita a quello che è stato definito nel corpo delle richiesta cautelare il “sistema Montante”.

A trasformarsi in accusatori sono due ex amici di Montante e fra loro anche un ex assessore regionale proveniente da Confindustria e proprio da Montante indicato per quel ruolo in passato. “Sono state le dichiarazioni rese da due imprenditori un tempo assai vicini al Montante, l’ex Assessore regionale Marco Venturi e l’ex Presidente dell’IRSAP Alfonso Cicero, – scrivono gli investigatori – a disvelare come la rete di relazioni che il Montante era riuscito ad instaurare sbandierando il vessillo della legalità, di cui si era fatto propugnatore e paladino, servisse in realtà ad occultare i rapporti che egli aveva in passato certamente intessuto e coltivato con esponenti di spicco della criminalità organizzata”.

“Le indagini svolte hanno dimostrato come il Montante, al fine di preservare l’immagine faticosamente costruita di ‘uomo della legalità’, giocando in sostanza d’anticipo, abbia ispirato la sua azione ad una continua, spregiudicata attività di dossieraggio, raccogliendo abusivamente informazioni riservate sul conto dei suoi nemici, anche solo potenziali, ciò al fine di impedire che gli antichi legami intessuti con i boss mafiosi, potessero in qualche modo ‘tornare a galla’, ovvero al solo fine di screditare persone comunque a lui invise o in grado di contrastare i suoi interessi”.

“Le indagini condotte  hanno consentito di accertare come occupazione spasmodica fosse quella di precostituire documentazione da spendere per neutralizzare possibili future accuse, puntualmente accreditando la tesi del complotto ai suoi danni in ragione del suo impegno sul fronte antimafia manipolando surrettiziamente la realtà dei fatti. Tale affermazione risulta oggettivamente comprovata dalla documentazione, meticolosamente archiviata e catalogata, reperita dalla polizia giudiziaria nel corso della perquisizione eseguita nel gennaio del 2016 all’interno dell’abitazione del Montante di Contrada Altarello di Serradifalco”.

Lo spaccato che emerge dalle note della procura di Caltanissetta risuona come una ‘bomba atomica’ per tutto il sistema visto che sarebbe dimostrato come Montante abbia cercato di indurre al silenzio chi lo accusava o lo poteva accusare e come abbia utilizzato ogni sorta di informazione in suo possesso continuando anche ad acquisire illecitamente notizie sulla vita di chiunque. “La strategia messa in campo – scrivono dalla procura di Caltanissetta – risulta dunque essere stata quella di screditare sistematicamente in via preventiva tutti coloro che nel tempo si sono posti in maniera critica nei suoi confronti, via via tacciandoli di ‘mafiosità’ o di non meglio precisate collusioni con un sistema di potere che si voleva ormai dissolto e, a parole, definitivamente superato, in particolare caratterizzato da collusioni tra imprenditori, politici ed esponenti mafiosi, al cui interno poter ricomprendere, di volta in volta ed in maniera indiscriminata, tutti coloro che non si adeguavano al “nuovo corso” da lui voluto e propugnato in nome della legalità, veicolando all’esterno l’immagine di una svolta legalitaria (solo proclamata) che al ritorno di  quel pregresso modello si opponeva tenacemente”.

La Procura parla anche delle fughe di notizie di questi ultimi anni attribuendo queste stesse fughe sull’inchiesta in corso a “contesti istituzionali “prezzolati”, collegati al Montante”.

Insomma una rete che avrebbe permesso a Montante di scalare posizioni di vertice a tutti i livelli, di conoscere le indagini e tentare di manipolarle, di accusare di ‘mafiosità’ i propri avversari screditandoli e perfino di governare il sistema dei controlli mettendo in atto “una sorta di rigore garantito a ‘corrente alternata, a secondo cioè che le indagini si indirizzassero nei suoi confronti ovvero in pregiudizio dei suoi nemici”.