• Due gemelle, abbandonate dalla madre alla nascita, si ritrovano a 40 anni
  • La storia della palermitana Sabrina Anastasi e di sua sorella Carmela
  • Oggi Sabrina aiuta i figli adottivi a trovare i genitori biologici
  • La lotta per modificare l’articolo 28 della legge 184 del 1983 sulle adozioni

A volte la vita regala delle vere e proprie sorprese inaspettate. I fili spezzati del passato tornano a riannodarsi per costruire un nuovo futuro. E ci sono storie che meritano di essere raccontate perché capaci di infondere speranza, fiducia e gioia.
Sabrina e Carmela sono due sorelle gemelle che si sono ritrovate a 40 anni. Separate alla nascita, ognuna ignorava l’esistenza dell’altra, sino a quando, un vecchio certificato di battesimo, è diventato lo strumento per ‘ricomporre’ il loro vissuto, per permettere loro di riabbracciarsi, di raccontarsi tutto quello che è stato, di progettare insieme il domani.

Il Comitato per il Diritto alle Origini Biologiche

A raccontarci i fatti è Sabrina Anastasi, palermitana 54enne con un sorriso luminoso ed una voce energica. Sabrina, che ha “chiuso il cerchio”, come ama dire, oggi aiuta, tramite il Comitato per il Diritto alle Origini Biologiche che ha contribuito a fondare – insieme ad Anna Arecchia che ne è la presidente, e ad Emilia Rosati, vice presidente – coloro che sono alla ricerca delle proprie origini.
I figli abbandonati alla nascita, in Italia, sono circa 400mila, un vero e proprio esercito di persone alla ricerca dei genitori biologici. “Quando abbiamo iniziato – dice Sabrina – eravamo una dozzina di persone, determinate certo, ma senza sapere bene in che direzione muoverci. Ora siamo moltissimi, in tanti hanno ritrovato i loro genitori, condividiamo emozioni e stati d’animo, ci sosteniamo a vicenda. Siamo diventati una famiglia”.

La storia di Sabrina e Carmela inizia nel 1967 all’Annunziata di Napoli

Sabrina e Carmela nascono il 21 aprile del 1967 alla Reale Casa Santa della Madonna dell’Annunziata di Napoli, una antichissima istituzione benefica che sin dal 1304 ha accolto centinaia di migliaia di bambini abbandonati, considerati “figli della Madonna”.
Un unico complesso monumentale che comprendeva l’ospedale, la chiesa ed il brefotrofio, il più grande dell’Italia meridionale, chiuso poi nel 1980 e adesso sede di un archivio.
Nella “ruota degli esposti”, presente nel luogo, inoltre, venivano lasciati i bambini in fasce che per motivi tristi o dolorosi le mamme non potevano tenere con sé.
Sabrina e Carmela vengono al mondo dunque lì, da madre “che non consente di essere nominata”.
Separate, non è dato sapere perché, la prima arriva a Palermo, dove vive tutt’ora, la seconda resta a Napoli.

Sabrina e la sua adozione

Quando ha tre mesi, Sabrina viene data in affidamento ad una coppia di coniugi palermitani che si trasferiscono a Napoli, per quello che all’epoca era una sorta di periodo di prova o pre-adozione.
A sei mesi, Maria Sila, questi il nome e il cognome fittizio che le erano stati dati alla nascita, esce definitivamente dall’orfanotrofio ed adottata da mamma Emilia e papà Giuseppe: si trasferisce con loro a Palermo ed inizia la sua nuova vita, quella di Sabrina Anastasi.
All’età di 5 anni, la madre le racconta della sua adozione.
“Me ne ha parlato – ricorda Sabrina con tenerezza – come si parla ad una bambina, raccontandomi una favola. Mi ha detto che mi trovavo in un posto molto bello, pieno di bambini, giardini e fiori, e che lei mi aveva scelto perché io, tra tutti i piccoli presenti, le avevo sorriso”.
Sabrina cresce circondata da un amore immenso, è una figlia tanto desiderata ed adorata.
Pur sapendo di essere stata partorita da un’altra donna che non è Emilia, Sabrina è prima una bimba e poi una ragazza serena e gioiosa. “Per me loro erano i miei genitori e basta – dice -, non pensavo mai alla mia adozione né affrontavamo l’argomento in casa. Io ero felice così.
I mie genitori – racconta ancora la donna – avevano una mentalità molto aperta e una grande cultura. Mia madre insegnava francese in un liceo, mio padre era un pittore, lui aveva una vera e propria venerazione per me. Quando sono morti, nel 1996, sono stata presa da un profondo senso di sconforto. E’ stato un grandissimo dolore. Sono rimasta sola. Non immaginavo certo di avere una sorella”.

Il desiderio di risalire al passato

Trascorre qualche anno. Nel 1999 Sabrina diventa mamma. Si dedica anima e corpo alla sua bambina, ma comincia a guardare con occhi diversi al passato. Inizia a pensare alla propria madre biologica. “Per me sono arrivate – spiega – le prime avvisaglie che mi riportavano ‘indietro’. Avvertivo il desiderio di conoscere le mie origini ma all’epoca, per un figlio adottivo, affrontare questo percorso era quasi un tabù. Oggi si parla tanto di diritto a conoscere le origini, più di vent’anni fa era diverso. C’era sull’argomento anche una cultura differente”.

La ricerca delle origini

Sabrina comincia a leggere ed esaminare i documenti contenuti in una carpetta trovata in casa dei genitori dopo la loro morte. C’è tutto quello che riguarda la sua adozione, le varie pratiche, il certificato di nascita e di battesimo. “Ho trovato persino – aggiunge – i biglietti dei viaggi in nave dei miei genitori verso Napoli. Aveva conservato tutto mia madre. Ed io penso, anche se non mi aveva parlato mai di quelle carte, che mia madre abbia voluto lasciarmi una strada tracciata, un percorso da seguire per risalire alle mie origini”.
Sabrina apprende da quei documenti che è nata all’Annunziata di Napoli. Inizia a fare delle ricerche su Google e a conoscere la storia di quel posto, vuole saperne di più.
Nel 2008, ancora in rete, si imbatte in un forum di figli adottivi in cerca delle proprie origini.
Si iscrive, e pubblica un post con le informazioni in suo possesso.
“Dopo mezz’ora – racconta – mi ha contattata la responsabile del forum, Francesca Pellegrini. Ci siamo sentite al telefono e mi ha chiesto quali documenti avessi. Mi ha subito detto che, rispetto ad altri figli adottivi, io avevo molto materiale. Mi ha dunque messo in contatto con Emilia Rosati, napoletana, nata anche lei all’Annunziata. Emilia mi ha chiesto di mandarle per fax il mio certificato di battesimo, ed è andata nella chiesa dell’Annunziata per capire se poteva risalire a qualche informazione in più”.

L’inattesa scoperta

La visita alla chiesa dell’Annunziata si rivela assai fruttuosa, una vera e propria scoperta.
“Dopo appena un giorno – continua Sabrina – Emilia, che è anche psicologa, mi chiama al telefono. Mi dice, senza troppi preamboli che ha una notizia da darmi, e che è inutile girarci intorno.
Emilia mi riferisce che era stata nella chiesa dove ho ricevuto il sacramento del battesimo, ed aveva parlato con il sacrestano che le aveva mostrato il registro dei battesimi del 1967.
Dal registro si evinceva che ero stata battezzata insieme a mia sorella gemella.
Io ero in ufficio – racconta ancora Sabrina – e ho provato un tumulto di emozioni che non riesco a descrivere. Volevo credere e non credere allo stesso tempo, ero confusa. Anzi, all’inizio pensavo che Emilia si fosse sbagliata. Mi sono sentita male, ho dovuto sedermi, mentre i miei colleghi, molto premurosi con me, assistevano increduli alla scena dandomi dell’acqua da bere.
Ho elaborato quanto accaduto piano piano. Dopo qualche giorno ho chiesto ad Emilia di andare di nuovo in chiesa a sincerarsi, il sacrestano le ha confermato che era tutto vero, con gioia.
A recarsi in chiesa anche un’altra persona del Comitato, che mi ha confermato tutto.
Poi, mi ha chiamata al telefono il sacrestano dell’Annunziata per invitarmi a Napoli.
La storia di due sorelle gemelle che si ritrovano dopo quaranta anni è ovvio che desti sorpresa e scalpore”.

Il viaggio a Napoli

Dopo due settimane Sabrina si reca a Napoli. Ad aspettarla trova quindici persone, tutti figli adottivi che stanno per costituire il Comitato per il Diritto alle Origini Biologiche, tutti in trepidante attesa.
Sabrina incontra il sacrestano, legge e rilegge quel registro. Non crede ai suoi occhi.
Nel registro sono indicati i nomi dei genitori adottivi di sua sorella.
Va anche all’archivio dell’Annunziata, dove c’è la cartella clinica che la riguarda. E dove legge, avendone conferma, che è nata da una donna che non consente di essere nominata, ma che è figlia di un parto gemellare. Avendo il nome dei genitori adottivi della sorella, non è difficile per lei e i componenti del Comitato che la supportano, risalire a quest’ultima.
“Ero frastornata – ricorda Sabrina -. I miei amici mi hanno messo dentro un taxi e ci siamo diretti a casa di mia sorella”. Arrivati a destinazione, trovano il marito di Carmela, lei è al lavoro.
Lasciano all’uomo il numero telefonico di Sabrina, chiedendo un contatto.
Carmela richiama Sabrina. Alla chiamata risponde Emilia Rosati, che fa a Carmela delle domande sulla sua adozione. Carmela sa di essere stata adottata, ma non di avere una sorella gemella.
Per lei è una scoperta che la sconvolge.
Sabrina e Carmela parlano, sempre al telefono. “All’inizio – racconta ancora Sabrina – mia sorella non credeva a quello che aveva sentito. Si rivolgeva a me con il ‘lei’ e mi chiedeva di darle del tempo per ‘metabolizzare’. Piangeva. Io cercavo di rassicurarla, spiegandole che era stata una scoperta tosta anche per me, che lo sapevo da appena due settimane. Le ho chiesto di conservare il mio numero e di richiamarmi, era il mese di novembre”.

Sabrina e Carmela iniziano a conoscersi

Dopo qualche giorno Carmela chiama Sabrina al telefono. Iniziano a parlare, a raccontarsi cosa sanno circa le rispettive adozioni. Inizia un rapporto, anche se telefonico, tra due sorelle, ma non è facile. “Quaranta anni – dice Sabrina – sono tanti e non si possono certo ripercorrere in breve tempo. Abbiamo dovuto imparare ad accettarci, all’inizio ci sono stati degli ostacoli. Non ci conoscevamo, eravamo cresciute in due città diverse, in due famiglie diverse, con culture differenti”.
A febbraio 2009 Carmela arriva a Palermo in nave. Sabrina la aspetta sulla banchina del porto. Finalmente possono riabbracciarsi, ma dietro le loro storie c’è tanto dolore unito alla consapevolezza di essere state abbandonate dalla madre. Decidono di cercarla.

L’intervento del tribunale

La legge prevede che il figlio adottivo che voglia risalire alla propria madre biologica faccia istanza di interpello presso il tribunale del luogo di residenza. Il tribunale contatta “con la massima riservatezza” la madre che al momento del parto non ha consentito di essere nominata per valutare se permanga nella donna il proposito di mantenere l’anonimato.
La prima a fare istanza è Carmela. La madre biologica, Maria, ormai molto anziana, viene rintracciata ma nega la sua identità.
Per Carmela e Sabrina è un duro colpo, tuttavia comprendono le motivazioni della sua scelta. “Accade spesso – spiega Sabrina – che queste donne, dopo 40 o 50 anni, non sopportino il peso di tutto questo dolore che torna a riproporsi. E’ una cosa più grande di loro. La nostra madre biologica, inoltre, come ho saputo poi, era una donna molto umile e poco alfabetizzata, viveva in un paese dell’entroterra del Napoletano. Bisogna considerare lo strazio di queste donne, ed il loro dolore messo da parte che salta fuori dopo anni e anni. Il dolore dell’abbandono che torna si unisce alla loro vergogna nei confronti proprio dei figli che hanno abbandonato. Nonostante io e mia sorella avessimo fatto sapere a nostra madre, sempre tramite il tribunale, che non la giudicavamo, lei non ha retto a questa cosa e ha reagito negandosi”.
Dopo undici mesi dall’interpello di Carmela, Sabrina, sperando che la madre ci ripensi, presenta la sua istanza, al tribunale di Palermo grazie alla sentenza di Cassazione a sezioni unite numero 1946 del 25 gennaio 2017. Ebbene, è ormai tardi. Mamma Maria è morta, aveva 84 anni.
Non si era mai sposata né aveva avuto altri figli. Aveva condotto una esistenza semplice ed una vita abbastanza ritirata.
Dato che la donna è deceduta, come sancisce la sentenza di Cassazione a sezioni unite del 25 gennaio del 2017, (in attesa della modifica della legge), a Sabrina vengono forniti i suoi dati.
Rintraccia la famiglia della madre biologica. Carmela e Sabrina vengono accolte dai numerosi cugini molto affettuosamente, e sono in contatto tutt’ora.
“Mi hanno raccontato molto di mia madre – aggiunge Sabrina -. Io e mia sorella abbiamo saputo di essere frutto di un amore contrastato e doloroso. Una mia cugina, che ha assistito mia madre durante gli ultimi anni della sua vita, mi ha confermato che dopo l’incontro con il tribunale, lei, le cui condizioni di salute erano già precarie, si era chiusa in se stessa quasi lasciandosi andare, come se avesse deciso di morire”.

Una nuova famiglia

Sabrina, confortata dalla cugina, si è recata sulla tomba della madre.
Ha rintracciato anche un fratello della madre, che vive all’estero, e che ha aggiunto nuovi tasselli alla storia sua e di Carmela.
Adesso, come detto, Sabrina aiuta gli altri a risalire ai propri genitori biologici.
Una vera e propria missione per lei, alla quale dedica tempo ed energie senza risparmiarsi.
“Ho trovato una nuova famiglia – ribadisce Sabrina – e mi piacerebbe che fosse così anche per molti altri. Ogni figlio adottivo ha diritto a conoscere la propria storia”.
Proprio ieri, è stata incardinata in commissione Giustizia al Senato, la discussione del disegno di legge numero 922 contenente “norme in materia di diritto alla conoscenza delle proprie origini biologiche” che ha lo scopo di modificare l’articolo 28 della legge 184 del 1983 che disciplina l’adozione e l’affidamento dei minori. Il Comitato per il Diritto alle Origini Biologiche si batte da oltre 10 anni proprio per questa modifica.
“L’articolo 28 – conclude Sabrina – vieta al figlio non riconosciuto alla nascita di risalire all’identità della madre a meno che non siano trascorsi 100 anni dalla nascita.
Quindi è necessario modificare questo articolo per arrivare ad un vero bilanciamento tra il diritto della madre qualora voglia rimanere anonima e quello del figlio che vuole tuttavia cercarla”.