Fatto l’assessore regionale, è guerra aperta per il controllo della dc in Sicilia. O quantomeno per la carica di segretario regionale del partito. A far ripartire lo scontro un intervento di Stefano Cirillo insieme agli altri segretari provinciali del partito sul futuro della democrazia Cristiana senza Totò Cuffaro.

La guerra pregressa

La guerra pregressa in casa Dc nasce da un provvedimento di espulsione di Cirillo firmato dal segretario nazionale del partito facente Funzioni (dalle dimissioni di Cuffaro) Giampiero Samorì. Un provvedimento al quale seguirono le dimissioni di Cirillo che si fece da parte ma parallelamente presentò ricorso al tribunale di Roma.

Il suo reintegro, da parte del tribunale capitolino, di fatto ha avuto un ruolo nello sbloccare il percorso di ritorno in giunta di almeno un assessore. E lui, Cirillo, reintegrato in qualità di iscritto, ritiene gli spetti riprendere anche la carica di segretario.

La precisazione di Samorì

Ma il segretario nazionale facente funzioni, Samorì, non ci sta: “In più occasioni sono state riportate dalla stampa locale notizie propalate dal dr. Stefano Cirillo in ordine alla circostanza che egli
avrebbe riassunto la carica di Segretario regionale del Partito a seguito di un provvedimento emanato dal tribunale di Roma” scrive in una nota di precisazione.

Samorì continua con la sua precisazione “Il dr Stefano Cirillo, è stato per ora, semplicemente reintegrato nel ruolo di semplice iscritto del partito avendo egli nel corso di tale procedimento rinunciato alla richiesta di essere reintegrato nel ruolo di segretario regionale avendo spontaneamente rassegnato le dimissioni”.

Ma il segretario facente funzioni va oltre e annuncia ulteriori ricorsi “Il Tribunale ha preso atto della rinuncia all’istanza resa inammissibile dalla confermata presentazione delle dimissioni. Prego quindi dare doverosa informazione della reale situazione riservando al Partito ogni iniziativa statutariamente prevista”.

La lettera di Cirillo dello scorso 7 maggio

Diversa l’interpretazione di Cirillo che già lo scorso 7 maggio ha scritto agli organi di partito invitandoli a ripristinare correttamente l’organigramma del partito 8e dunque lui nella carica di segretario regionale) perché quelle non furono vere dimissioni e non fu un atto libero.

“Con ordinanza del 27 aprile 2026 il Tribunale di Roma ha sospeso l’efficacia del provvedimento che mi aveva escluso dall’esercizio delle prerogative di socio – provvedimento che, come già rappresentato, aveva condizionato la mia azione e determinato la mia iniziativa dimissionaria – in quanto ha ritenuto che fosse stato adottato illegittimamente. Con tale pronuncia giurisdizionale è pertanto venuto meno il presupposto che aveva determinato il mio “arretramento” dalla direzione regionale del nostro Partito” scrive Cirillo.

“Essendo venuto meno il presupposto impeditivo, nulla osterebbe e nulla osta a che io possa riassumere le funzioni di Segretario Regionale riprendendo il cammino ingiustamente interrotto” scrive ancora.

Insomma la sintesi è presto fatta: non erano dimissioni vere e proprio e non era un atto libero ma l’applicazione della conseguenza dell’espulsione. venuta meno quella anche la presunta dimissione è un atto nullo e, comunque, revocabile.

Cirillo espone anche i motivi giuridici per i quali, a suo modo di vedere, in ogni caso può ritirare (e ritira) eventuali dimissioni (se di dimissioni si può parlare).

La contesa sembra tutt’altro che chiusa