Prima gli chiesero il pizzo nei pressi dell’officina. I mille e cinquecento euro a Natale e Pasqua. Poi gli chiesero di fare entrare un loro uomo di fiducia nella società. Poi lo picchiarono. Non ottennero nulla.
L’imprenditore denunciò ai carabinieri le estorsioni e due uomini furono arrestati. Infine gli bruciarono quattro furgoni nel suo parcheggio in via Antonino Saetta, accanto al San Paolo Palace. Parte dalla recrudescenza delle intimidazioni del racket l’inchiesta che ha portato i 32 fermi. L’imprenditore sostenuto dall’associazione Addiopizzo ha denunciato a Brancaccio. Ma sono tanti quelli che continuano a pagare. A marzo è stato bruciato un escavatore della ditta che in via Amedeo D’Aosta sta realizzando un tratto della rete fognaria. Poco dopo un altro raid incendiario, alla tabaccheria “165” di via Messina Marine.
Messaggi chiari spediti anche con i kalashnikov anche agli imprenditori dall’altra parte della città. Da questa indagine emerge che sono 18 gli episodi estorsivi. A pagare sono commercianti piccoli e grandi, ma anche imprenditori. Da 300 euro al mese, a cifre molto più grosse, anche 17 mila euro in un anno. E solo il titolare di un’officina e di alcuni parcheggi ha avuto il coraggio di denunciare le minacce degli esattori mandati da Nino Sacco, boss scarcerato che aveva ripreso in mano le redini della famiglia di Corso dei Mille.
Oltre all’imprenditore sono altri due imprenditori che stanno eseguendo lavori a Palermo che si sono rivolti a carabinieri e polizia. Anche loro vittime di richieste estorsive e incendi.
Il coraggio di chi ha denunciato con il sostegno di Addiopizzo
Tra i tanti che, purtroppo, pagano le estorsioni, c’è invece chi, supportato da Addiopizzo, ha trovato la forza e il coraggio di opporsi a minacce e condizionamenti di Cosa nostra.
Sono storie di resistenza che dimostrano, ancora una volta, quanto sia fondamentale il contributo degli operatori economici affinché il lavoro prezioso ed incisivo degli organi investigativi, in questo caso di carabinieri e polizia, e della Procura di Palermo possa raggiungere risultati più rapidi ed efficaci, come quelli che emergono dall’indagine di oggi. Ancora una volta, inoltre, si rivela determinante il ruolo degli operai presenti nei cantieri, spesso direttamente esposti a minacce e richieste estorsive. Anche la loro collaborazione rappresenta un tassello importante in un percorso condiviso di denuncia.
La scelta di chi si è opposto alle estorsioni si inserisce in un territorio dove nel recente passato trentuno commercianti sono stati, invece, rinviati a giudizio per favoreggiamento, perché negando agli inquirenti di avere pagato la cosiddetta “messa a posto” a Cosa nostra hanno aiutato i mafiosi ad eludere le indagini. Ma a fronte di queste condotte, va oggi evidenziato come vi siano invece vittime che continuano a trovare la forza e il coraggio di denunciare, anche a Brancaccio.
Tuttavia, se si vuole imprimere una svolta decisiva sui fenomeni di criminalità organizzata ed estorsione, è necessario che la politica investa nel risanamento delle profonde sacche di povertà e degrado che investono le periferie e che alimentano devianza e illegalità diffusa.
Si tratta di territori e quartieri dove diritti fondamentali come quello alla casa, al lavoro, all’istruzione e alla salute restano, per molti, ancora un miraggio.
Non ci si può più affidare esclusivamente al lavoro di magistrati e forze dell’ordine, ma è necessario costruire un’alternativa sociale ed economica a Cosa nostra che nelle periferie, con le sue attività illecite, costituisce oramai un ammortizzatore sociale che assicura sopravvivenza.






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