Morto un re se ne fa un altro. Morto un patriarca della letteratura, popolare e innovativo, capace di battere tutti i record di numero di libri pubblicati e venduti come Camilleri, occorrono anni e anni perché nasca il successore.

In considerazione di ciò, alcuni testi dello scrittore di Porto Empedocle (o, se preferite, di Vigata…) escono postumi e alcuni libri vengono ristampati. Col plauso dei lettori, naturalmente, che continuano ad acquistarli e a regalare al padre di Montalbano un posto d’onore nell’hit parade dei successi editoriali.

Ciò vale anche per “La testa ci fa dire” – “Dialogo con Andrea Camilleri” di Marcello Sorgi, edito da Sellerio nel 2000 e, dopo vent’anni, di nuovo pubblicato dallo stesso editore.

Si potrebbe obiettare che l’autore del libro in questo caso non sia Camilleri ma Marcello Sorgi, che peraltro dedica queste pagine alla memoria del padre, il noto avvocato palermitano Nino Sorgi. Ma si tratterebbe più che di una sottigliezza di un “artificio” meramente formale: il protagonista del libro è Camilleri, l’intervistato, senza nulla togliere all’intervistatore, un giornalista e scrittore del calibro di Sorgi, bravissimo a condurre la conversazione e a stimolarla.

D’altra parte lo stesso Sorgi, nell’introduzione alla nuova edizione, mette in rilievo quanto fosse facile confezionare un libro-conversazione con un conversatore d’eccezione come Camilleri: sia per il suo gusto di raccontare che per il suo eloquio cristallino, privo di punti da rivedere nella trascrizione scritta. “Adorava raccontare: – osserva Sorgi – se allora ci fosse stata quell’applicazione dei telefonini che trasforma in testo il parlato, il libro sarebbe stato scritto da solo”.

“La testa ci fa dire” è un libro-conversazione a 360 gradi. Camilleri si sofferma su tutto e su tutti, intrattenendo i lettori spesso col racconto di aneddoti e vicende della sua vita curiosi e accattivanti, ravvivati dalla sua verve affabulatoria.

Leggendolo, conosceremo meglio la vita di Camilleri: la sua passione per il teatro, dove a lungo ha militato come regista e aiuto-regista, la sua esperienza di allievo e docente all’Accademia, i suoi trascorsi alla Rai, dove tra l’altro è stato sceneggiatore della fortunatissima serie del commissario Maigret, la sua carriera nel mondo dello spettacolo, null’affatto breve e significativa seppure sempre da “precario” e vissuta in seconda linea.

E scopriremo quando nasce in Camilleri, da giovane attratto dai versi, la voglia di scrivere un romanzo. Apprenderemo così che la sua prima prova narrativa, “Il corso delle cose”, risale, nella stesura, al 1968, e che venne pubblicata anni dopo da un piccolo editore in cambio della spendita del suo nome tra i titoli di cosa di uno sceneggiato tratto da quel romanzo.

Ne “La testa ci fa dire” sono tanti gli argomenti affrontati e tutti evitando luoghi comuni e facendo leva sulle esperienze offerte dalla vita. La sicilianità, innanzitutto, nelle sue tante sfaccettature; dal senso dell’amicizia, così spiccato tra gli isolani, allo spirito d’orgoglio, dalla sicilitudine – espressione attribuita a Sciascia ma in realtà coniata da Crescenzio Cane, poeta e artista palermitano protagonista dell’”Antigruppo” soprattutto negli anni ’70 e ‘80- alla gelosia, da i siciliani di scoglio a quelli di mare.

Ma ad animare la conversazione tra due siciliani doc, orgogliosi della loro identità isolana, non sono solo temi legati alla loro terra ma anche altri, quali le donne, la politica, la famiglia, lo Stato. Né l’intervista trascura gli aspetti più attinenti al Camilleri scrittore: il suo rapporto con la lingua italiana e il dialetto, come nascono le sue storie, come sono costruiti i personaggi.

Il libro si chiude con una gustosissima nota di Fruttero-Lucentini, perla del loro elegante e arguto umorismo.