Riceviamo e pubblichiamo un intervento della professoressa Enza Maria D’Angelo

Numeri significativi per una disciplina che molti continuano a considerare lontana dal mondo reale. Nel 2025 la matematica ha pesato sull’economia italiana per 680,1 miliardi di euro, il 34% del Valore Aggiunto Lordo nazionale. In pratica, da sola, vale quanto tutto il comparto industriale e manifatturiero del Paese.
A certificarlo è uno studio realizzato da Deloitte Economics per conto del CNR-IAC e dell’Unione Matematica Italiana, presentato a Roma nella sede del Consiglio Nazionale delle Ricerche.
Per l’UMI l’attività è stata seguita anche dall’Osservatorio sulla Ricerca, coordinato da Elisa Francomano, dell’Università degli Studi di Palermo, che ha condotto il lavoro in sinergia con il CNR-IAC la quale afferma che “Questo rapporto consegna […] un messaggio molto chiaro: la matematica è una competenza trasversale che alimenta una parte significativa della nostra economia”.
Lo studio scompone l’impatto in tre voci: 308,5 miliardi di contributo diretto, 221,3 indiretto e 150,3 indotto. Ogni euro generato direttamente ne attiva 1,2 nella filiera. E sul fronte lavoro le cifre sono altrettanto pesanti: 8,4 milioni di posti di lavoro sostenuti (il 35% circa dell’occupazione nazionale) e un gettito fiscale stimato in 296,2 miliardi.
“Abbiamo voluto dare un’evidenza scientifica a quello che già, di fatto, sapevamo sulle persone con una formazione matematica universitaria”, ha commentato Roberto Natalini, direttore del CNR-IAC. “La loro capacità di modellizzare fenomeni complessi e governare oggi gli algoritmi dell’Intelligenza Artificiale non è più confinata alla ricerca, ma è diventata il motore di produttività in settori chiave come la finanza, l’energia e la manifattura avanzata. Investire nella formazione matematica significa, oggi più che mai, investire sulla resilienza e sulla competitività dell’Italia nello scenario globale.”
A fare da contraltare a questi numeri c’è però la fotografia, ben nota, di un Paese che continua a investire poco in ricerca: l’1,37% del PIL contro il 2,26% della media UE. E il presidente dell’UMI Marco Andreatta avverte: senza investimenti in ricerca matematica e interventi sul capitale umano, “il rischio è che la velocità del progresso tecnologico superi la capacità dei lavoratori di adattarsi”.