Il trasferimento dei parroci nella diocesi di Palermo è da quasi un mese sulla bocca di tutti. Una marea di proteste, petizioni online e non, appelli e polemiche hanno accompagnato le decisioni dell’arcivescovo Corrado Lorefice, che è stato investito da una serie di domande e di critiche da parte di fedeli che da un momento all’altro si sono visti togliere un punto di riferimento importante della comunità come il parroco di fiducia, con la quale negli anni avevano costruito un rapporto più o meno stretto.

Tanti gli interrogativi sulle scelte, che ancora oggi continuano a fare discutere. Capiamoci: le decisioni sono prese, tutti i preti in questione pare abbiano accettato, a malincuore o non, le scelte e dunque i trasferimenti ad oggi non sono in dubbio.

I trasferimenti

Dal 15 settembre dunque cambieranno i parroci di 31 parrocchie dell’arcidiocesi di Palermo, tra città e provincia. Il problema è delle motivazioni invece si sa poco o nulla. O meglio, secondo il diritto canonico i sacerdoti dovrebbero, anche se non obbligatoriamente, cambiare sede ogni 9 anni. Regola che esiste da decenni e che è una sorta di turnover ecclesiastico che però non è uguale per tutti. Nel provvedimento rientrano sacerdoti che vengono spostati dopo 30 o addirittura 40 anni, altri invece dopo pochissimo tempo. I fedeli non capiscono come mai questo esercizio burocratico arriva adesso e in queste modalità.

Il dubbio

Il dubbio serpeggia dal momento delle nomine: per coprire delle situazioni scomode, e per evitare voci su trasferimenti “ad hoc”, si è deciso uno spostamento di massa per non destare troppi sospetti. Se questo era l’obiettivo, missione fallita. Per i fedeli non c’è nessuna logica sui trasferimenti: preti spostati dopo 39 anni, altri dopo 4.

L’Arcidiocesi

Sulle pagine di Repubblica per l’Arcidiocesi interviene don Carmelo Torcivia, rettore della chiesa di Santa Maria della Catena. ” Ci potrebbe essere qualche motivo altro, di convenienza, in qualche spostamento, è possibile ipotizzarlo — dice — però è un motivo più “ di scuola” che altro. Bisogna parlare di responsabilità, con ciascun sacerdote si è discusso singolarmente del trasferimento. E ognuno di loro ha accettato” .

Il Codice di diritto canonico afferma:  “È opportuno che il parroco goda di stabilità, perciò venga nominato a tempo indeterminato” . Il vescovo diocesano, però, può nominarlo a tempo determinato per decreto dalla conferenza dei vescovi. Ed è quello che ha fatto la Conferenza episcopale italiana negli anni ’ 80, stabilendo che  le nomine dei parroci ad certum tempus hanno la durata di nove anni. Si tratta comunque di una possibilità, a discrezione del vescovo.