l'intervista

Pluralismo scolastico e libera scelta educativa, monsignor Pennisi: “La Sicilia ancora distante dall’Europa”

Ieri l’Arcivescovo di Monreale mons. Michele Pennisi, nella sua qualità di vescovo delegato della Conferenza Episcopale siciliana per la scuola, l’università e l’educazione, è stato ascoltato dalla Commissione permanente dell’ARS per l’Esame delle attività dell’Unione Europea.

A conclusione del suo intervento gli abbiamo posto alcune domande.

Perché questa audizione?

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La Commissione ha chiesto di ascoltare i rappresentanti della Conferenza episcopale siciliana in materia di utilizzo di fondi comunitari con particolare riferimento ai temi della scuola e dell’università, del turismo e dello sport, dei problemi sociali e del lavoro, dei beni culturali e dei giovani e della famiglia. Nella impossibilità di prendervi parte personalmente il Presidente della CESI, mons. Salvatore Gristina, Arcivescovo di Catania, ha delegato me.

Quale è stata la questione di fondo sulla quale ha richiamato l’attenzione dei deputati regionali?

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Mi sono soffermato principalmente su alcune questioni attinenti ai diritti fondamentali dell’uomo e delle famiglie che riguardano la libera scelta educativa delle famiglie, il pluralismo scolastico e il principio di sussidiarietà.

E quale problematica ha voluto richiamare?

Quella delle scuole cattoliche o di ispirazione cristiana e in genere delle scuole paritarie che sono espressione di un diritto fondamentale della persona la quale non può essere educata, se non nella libertà. La presenza di più modelli scolastici offre un contributo prezioso alla realizzazione di un vero pluralismo.

Ma questo, ne è consapevole, richiama l’annoso e mai sopito tema delle cosiddette scuole cattoliche e dello scarso interesse dello Stato al loro sostegno.

L’esistenza della scuola paritaria cattolica in quanto espressione del diritto di tutti i cittadini alla libertà di educazione, e del corrispondente dovere di solidarietà nella costruzione della convivenza civile, non è interesse della sola comunità ecclesiale, ma di tutta la società civile. Sono queste alcune delle ragioni per cui l’antica tradizione delle scuole cattoliche ha costituito un modello per le politiche scolastiche nazionali e per lo stesso ordinamento scolastico statale.

E su quali argomenti ha fondato la sua richiesta?

Mi sono richiamo alla art.26.3 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, e all’art.30 della Costituzione della Repubblica Italiana e alla risoluzione del Parlamento europeo del 14 marzo 1984 sulla “Libertà d’insegnamento nella comunità europea” che è stata ribadita dalla risoluzione n. 1.904 approvata dall’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa il 4 ottobre 2012 che recita: «L’Assemblea raccomanda che gli Stati membri del Consiglio d’Europa, mentre garantiscono l’esistenza e la qualità dei sistemi di scuole pubbliche, assicurino che una quota sufficiente di fondi sia messa a disposizione per permettere a tutti i bambini di accedere all’istruzione obbligatoria nelle istituzioni private se l’offerta di istruzione nelle istituzioni pubbliche non dovesse risultare sufficiente».

Quali conseguente positive sortirebbero da questi richiami?

Ne derivano tre: la necessità di diffondere e consolidare una cultura della parità; la ferma richiesta di un finanziamento adeguato delle scuole paritarie; il sostegno all’ampliamento dell’offerta formativa dato dal coinvolgimento dell’istruzione e formazione professionale nel sistema educativo e nell’assolvimento dell’obbligo d’istruzione. Ma vi è una ulteriore ragione.

Quale?

La parità scolastica deriva anche dall’affermazione del principio di sussidiarietà nella legislazione scolastica di questi ultimi anni. La Repubblica italiana ha accolto espressamente tale principio nel testo della sua Costituzione agli artt.118 e 120. Noi vescovi facciamo nostra la domanda di giustizia che sale da molti genitori per i quali il progetto di un’educazione scolastica libera e coerente con i valori vissuti e testimoniati in famiglia rimane un’aspirazione irrealizzabile.

Ciononostante vi sono ancora numerosi ostacoli alla piena realizzazione di tali principi. Quali?

L’effettiva libertà di educazione incontra ancora nel suo concreto esercizio soprattutto in Sicilia una gran quantità di ostacoli che in vario modo ne rende pressoché astratta l’affermazione. Fino a tanto che la legislazione sulla parità non avrà ottenuto il suo completamento anche sul piano del suo finanziamento a una parità nominale affermata, non corrisponderà mai una parità nei fatti.

E le conseguenze?

Tutto questo porta al progressivo ridursi del numero delle scuole cattoliche, nonostante che si sforzano nei limiti del possibile di mantenere fede all’impegno di non escludere gli alunni più poveri. È fondamentale che anche in Sicilia sia data attuazione piena alla legislazione sulla parità scolastica e sulla libertà educativa già contenuta nella legge n.59 del 15-3-1997 e soprattutto dalla legge n.62 del 10-03- 2000 che interessa non solo le scuole cattoliche, ma tutte le scuole paritarie.

Dove il sistema non è efficiente?

A livello di diritti e di percorsi formativi ci sono tutti i riconoscimenti. Dove il sistema zoppica è a livello concreto regionale in cui i PON per le scuole paritarie e per la formazione professionale non sono ancora finanziati. Lo stesso dicasi per i ragazzi con problemi (tipo dislessici) dove non vengono finanziati i docenti di sostegno per le scuole paritarie.

E in Sicilia qual è la situazione?

In Sicilia la situazione è ancora più grave, come è stato sottolineato da vari organi di stampa, in quanto alle famiglie siciliane, agli alunni e alle scuole paritarie non è dato lo stesso trattamento garantito in tutte le altre regioni italiane dalla Lombardia alla Calabria. Occorre che nel nostro Paese, si diffonda una cultura della parità per compiere finalmente il passo che lo collocherà, a tutti gli effetti, anche per il suo sistema scolastico, nell’Unione Europea che è il territorio civile al quale dobbiamo fare riferimento.

E allora parliamo di Europa. Qual è la situazione?

In Commissione ho evitato di esprimere giudizi, ma mi sono limitato ad una rapida e sintetica elencazione dello stato dell’arte in alcune nazioni.

Ce lo sintetizzi.

Belgio: lo Stato paga gli stipendi del personale docente e non docente.
Francia: i contributi dello Stato francese alla scuola non statale variano a seconda del tipo di contratto che la singola scuola stipula con lo Stato, scegliendo fra quattro possibilità:
1. Integrazione amministrativa: lo Stato paga tutte le spese.
2. Contratto di associazione: condizione dello Stato: i docenti della scuola non statale devono avere gli stessi titoli accademici degli altri docenti. Conseguenza: lo Stato paga gli stipendi degli insegnanti e le spese di funzionamento.
3. Contratto semplice: paga solo lo stipendio degli insegnanti.
4. Contratto di massima libertà: nessun contributo;
Germania: il sistema integrato Stato/Regioni dà alle scuole non statali l’85% del salario degli insegnanti, il 90% dell’onere pensionistico, il 10% delle spese di funzionamento, il 100% delle riparazioni immobiliari.
Inghilterra: le scuole non statali si chiamano “maintained schools”. Lo Stato paga l’85% delle spese di costruzione e il 100% degli stipendi e delle spese di funzionamento.
Irlanda: a carico pubblico il 90% spese di costruzione, il 100%: scuola dell’obbligo e l’88% delle scuole superiori.
Lussemburgo: lo Stato paga il 100% di tutte le spese.
Olanda: 1) Scuola dell’obbligo: 100% di tutte le spese 2) Scuola superiore: sussidi per la costruzione e il funzionamento; 100% di tutte le spese a determinati requisiti di legge.
Portogallo: viene coperto il costo medio di alunno di scuola statale.
Spagna: il 100%.
Bosnia Erzegovina, gli insegnanti, sono pagati dallo Stato con una maggioranza di popolazione musulmana, che rimborsa anche la bolletta energetica.

E che riscontro ha avuto dai parlamentari?
Una grande attenzione e un grande interesse, soprattutto alla descrizione di ciò che accade in Europa.

Dunque ci sono buone prospettive per il futuro?
Lo spero, ma ne dubito. Primo perché la carenza di disponibilità finanziarie a tutti i livelli da Roma a Palermo costituisce un buon alibi per non dare sostegno economico a queste scuole. Secondo per un motivo culturale perché in tanti sono convinti, anche in ambito cattolico, che la scuola privata se la devono pagare quelli che possono permettersela; quindi lo Stato non deve dare contributi. Faccio solo presente due nota bene.

Quali?

La legge sulla parità scolastica è stata fortemente voluta da un grande esponente della sinistra italiana, Luigi Berlinguer, ma ciò non è bastato per essere condivisa da tutto il popolo italiano. Secondo le scuole paritarie, è ampiamente dimostrato, costano molto meno di quelle statali. Dovrebbe essere interesse dello Stato sostenerle. Ma quando c’è di mezzo l’ideologia, non ci sono numeri che tengono.

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