Puntuale come una cartella esattoriale, anche quest’anno è arrivata la classifica della qualità della vita in Italia. I dati raccolti dall’Università La Sapienza e dal quotidiano economico “Italia Oggi” fotografano una realtà che tutti noi viviamo e conosciamo, ma spesso facciamo fatica ad ammettere.

Al Sud si vive di schifo, e nelle isole, anche nella nostra Sicilia, si sta persino peggio. Agrigento è ultima in classifica e tutte le zone della Sicilia sono nelle parti bassissime della classifica. Lo studio prende in considerazione i principali fattori sociali, economici e produttivi dei territori, utilizzando come parametro di riferimento le province, quindi i grandi centri urbani aggregati alle periferie.

Già questo ci dovrebbe far riflettere su come la nostra percezione dei fatti venga costantemente manipolata dal “mainstream”. Da anni, si punta il dito sulle province, come organizzazioni del territorio, quali fonte di spreco e disservizi. Eppure, gli statistici utilizzano ancora quel perimetro geografico e politico per spiegare cosa accade nel nostro Paese.

Ma se la forma invita a pensare, il contenuto di quella ricerca dovrebbe farci arrabbiare. Lo so, ad ogni ricerca di questo tipo corrisponde un coro di sdegnati rappresentanti politici: contestano i dati e provano a spiegare come quelle analisi non spieghino realmente come si vive qui al Sud. Una sorta di auto assoluzione. Magari, in parte, sarà anche vero, e nessuno sceglierebbe di abbandonare le spiagge e le bellezze naturalistiche della nostra terra per trasferirsi a Trento, il miglior luogo dove vivere nel nostro Paese.

Ma la verità, lo dico da osservatore e non da scienziato delle statistiche, induce a pensare che quelle ricerche contengano delle informazioni preziose. Lavoro, sanità, imprenditoria, economia, tutela ambientale, questi sono i fattori principali che penalizzano il Sud e la Sicilia in particolare. D’altronde, se quella classifica fosse realmente falsa, per quale strano motivo assistiamo ormai da anni all’emorragia di milioni di persone che lasciano la nostra isola per cercare fortuna altrove?

Far finta di niente e accontentarsi del pane e panelle e dei cannoli è un errore politico e una grave ipoteca sul futuro. Se vogliamo riprendere in mano il nostro destino, dobbiamo cambiare rotta. Dobbiamo affidarci a una classe politica che non continui a raccontarci come siamo belli e incompresi.

C’è molto da fare, serve una brusca sveglia per far ripartire questi territori eccezionali, ricchi di tradizione, ma abbandonati all’incuria e al disagio.