Intere generazioni della mia comunità di Termini Imerese hanno puntato tutto ciò che avevano sull’automotive. Con questo termine post moderno tanto in voga, si definisce, in modalità “politicamente corretta”, l’industria automobilistica. Per oltre quaranta anni, abbiamo immaginato di poter continuare a pagare – spesso incuranti dei riflessi sul piano ambientale – l’altissimo prezzo collegato alla presenza di insediamenti produttivi così invasivi. E’ stato fatto con convinzione, per una precisa scelta politica, sociale ed economica. Si pensava, infatti, che a fronte di quel sacrificio, avremmo ricevuto in cambio sviluppo, benessere e posti di lavoro. E così, in effetti, per quattro decenni circa, è stato. Attorno a quel sogno, figlio del boom economico dell’Italia anni sessanta, è stato costruito anche un galattico impero infrastrutturale, con tanto di appendice di produzione energetica, per anni uno dei siti più inquinanti e dannosi d’Italia.

Da quel sogno ci siamo svegliati otto anni fa in malo modo. E’ stato un risveglio improvviso, con la campanella dello stabilimento Sicilfiat divenuta afona alla fine del 2011. Tavoli tecnici, piani di rilancio, cordate di salvataggio: abbiamo percorso l’intero rosario della speranza, corollari infiniti di trattative sindacali e politiche, per non abbandonare quei lavoratori, con l’ingenua certezza che un domani, un domani qualsiasi, impossibile però da fissare con certezza nel tempo, una nuova auto sarebbe stata assemblata, costruita e prodotta dalle nostre catene di montaggio. Per questo siamo prigionieri di un sogno.

Ogni giorno che passa, le tute blu di Termini Imerese invecchiano. Quel sogno industriale sbiadisce. Il primo obiettivo, a qualsiasi livello politico e istituzionale, è stato sempre la salvaguardia dei posti di lavoro. Ma forse, ora, prima che sia troppo tardi, è il momento di fermarsi, provare a guardare oltre quel sogno. Capire, quindi, se possano esistere dei modelli di sviluppo alternativi. In questi anni, prima per assecondarne l’insediamento, poi per accompagnarne il cammino, ed infine per tentare di salvare quell’impianto industriale, sono state utilizzate risorse per svariati miliardi di euro. Quel che appare certo è che nulla potrà tornare come prima. La crisi del settore auto è diventata oggi anche una bolla finanziaria, con i mercati emergenti in crisi, dalla Cina all’India, e i giganti del settore, Germania in testa, con il fiato corto.

Gestire una crisi, vuol anche dire saper cogliere le opportunità del momento. E comprendere cosa ci possa riservare il futuro. Il tema dell’ambiente oltre a essere diventato centrale nell’agenda politica di ogni nazione è anche entrato nelle nostre discussioni di ogni giorno. Merito di Greta, la pasionaria ambientalista, ma merito soprattutto – a mio modesto parere – di quelle meravigliose torme di ragazze e ragazzi che questa estate hanno battuto le nostre spiagge per ripulirle. Quando tornavano a casa ci guardavano con tono di rimprovero, quasi a voler dire, “voi avete distrutto questo nostro pianeta, adesso tocca a noi rimettere le cose a posto”.

Ma come declinare questa sfida ambientalista sui territori e nelle periferie? Non credo per nulla alla “decrescita felice”, quindi, non a questo voglio aggrapparmi, per immaginare un futuro diverso. Di sicuro dobbiamo salvare l’ambiente: ogni ipotesi di sviluppo a medio e lungo termine va vincolata a questa precisa prescrizione.

E veniamo a cosa potrebbe diventare Termini Imerese nel futuro. Sarebbe saggio iniziare a discutere di una opzione “b” , d’altronde già ha fatto capolino nel dibattito politico locale. Quindi, perché non immaginare un modello di sviluppo basato sulla rivalutazione del territorio in chiave ambientale? Non è una strada semplice da percorrere. Per farlo, avremmo bisogno di una montagna di soldi. Ma come l’Europa è pronta a chiedere sacrifici, deve essere altrettanto solerte nel valutare ed accogliere le eventuali istanze di un territorio. Soprattutto, se quel territorio decida di tornare a respirare aria pulita, e basare sull’ambiente ogni futura ipotesi di sviluppo. Non è una scommessa da vincere in pochi giorni. Saranno sacrifici per tutti, perché, ben che vada, i risultati vanno spostati almeno a due generazioni più avanti.

Tutti sanno quanto mi sono speso per il sogno termitano “automotive”. Ma è umano iniziare a dubitare. E’ legittimo sognare di affacciarsi dalla collina di Himera e non vedere più colonne di fumo e centinaia di capannoni abbandonati? E’ legittimo pensare che i nostri figli non debbano confrontarsi con gli scheletri di un progetto industriale, senza un presente e con un futuro pieno di incognite? Certo, non bisogna lasciare nessuno indietro. Questa mia provocazione vale per Termini Imerese, ma lo stesso si può dire, pensando a Priolo, Gela , Santa Pace del Mela e Milazzo. Vogliamo scommettere sul futuro della nostra terra? E quindi aspetto le vostre idee, i vostri contributi e le vostre critiche.