Prendo a prestito il titolo di un’opera realizzata dal compianto Dario Miceli, brillante giornalista della Rai scomparso prematuramente. “Il male minore” è stata la sua opera dedicata ai minori reclusi in carcere. Con la sensibilità del giornalista avvezzo ai fatti di cronaca, Miceli – con il suo libro-documentario – ha raccontato cosa accade ai minori rinchiusi negli istituti di rieducazione e quali chances offre loro il futuro.

Quel “male minore” oggi è diventato il rischio maggiore per il futuro della nostra società. E se non ci credete, vi invito a mettere in fila i dati della dispersione scolastica, dei minori che vivono in povertà familiare e della mai domata disoccupazione giovanile. A questo già ricco – e sostanzialmente definitivo – rosario di criticità, vanno sommati i dati della qualità della vita, dai trasporti, alla sanità, dalle reti di affidamento per i minori, per arrivare sino a quelli che sono i “fondamentali” economici di un territorio, dal “Pil” allo sviluppo industriale, sino ai dati del debito pubblico e privato della nostra terra. L’impatto di tutti questi fattori sul “reale” ha creato un gigantesco flusso di giovani siciliani verso l’estero. Fuga di cervelli ma anche di braccia: un esercito di giovani siciliani (con le qualifiche più disparate, dai master post universitari alle professioni più semplici) è scappato, e continua a scappare, dalla nostra terra.

Chiunque abbia la possibilità, chiunque abbia un minimo di capacità di analisi, non può far altro che assecondare la voglia di scappare dei propri figli. Condannando così questo meraviglioso triangolo di terra ad un lento e costante declino. Che è sotto i nostri occhi anche se viene duro ammetterlo. Stiamo invecchiando e stiamo invecchiando male. Gli antichi borghi – penso a decine e decine di luoghi delle Madonie – si vanno svuotando sempre più. Chiudono i punti ospedalieri, le banche, gli uffici postali. Nessuna o scarsa manutenzione delle strade. In quei paesini di montagna di giovani non se vedono più. Gli indici di natalità sono sostanzialmente azzerati. Ci aspetta l’oblio. E’ come se un disegno invisibile indicasse un destino di resa. Stiamo uccidendo il nostro presente e stiamo cacciando i nostri figli da quella che con orgoglio e arroganza pari all’insipienza, ci vantiamo di definire come l’isola più bella del mondo. E’ una forma sociale di suicidio collettivo. Ha radici antiche. Un esempio su tutti (vado a braccio e potrei confondere qualche dettaglio, ma la storia è questa): negli anni settanta un giovane studente di Castelbuono organizzò una marcia di protesta per contestare l’assenza di trasporti per gli studenti. Quel giovane studente rispondeva al nome di Gioacchino Genchi. Cosa è cambiato da allora? Nulla o quasi. Anzi, forse, non è difficile sostenere che il contesto sia addirittura peggiorato.

Da genitore ho solo un desiderio. Spero che mia figlia abbia una vita felice. Mi chiedo e vi chiedo: è possibile realizzare ciò in Sicilia? Esistono talenti e successi – penso ad esempio alla start up creata da due ragazze siciliane che creano tessuti dagli scarti della produzione agrumaria – esistono possibilità di resilienza anche in un contesto segnato dal degrado come quello siciliano. Ma è il momento di agire. Fare presto, fare molto di più e farlo subito. Abbiamo bisogno di una classe dirigente che metta al centro della discussione il futuro della nostra terra. E quel futuro si definisce con un solo sostantivo: i giovani e la loro tutela.

Resta una nota a margine. Il dramma dei giovani non è soltanto un episodio siciliano. Le cronache delle ultime settimane ci hanno mostrato quanta violenza viene riservata ai minori in affidamento. Penso alle cronache della Val d’Enza ed al loro portato criminale, nel senso letterale del termine. Non mi addentro sulle specifiche di quei fatti – una miscellanea di sadismo, grottesca sessualità, cinismo e malapolitica – ma sento forte il dolore di quei genitori a cui sono stati strappati i figli per affidarli ad altrui mani. Mani che hanno tentato di manipolare coscienze ed identità di quei bambini, arrivando persino a celebrare la morte simbolica dei genitori naturali. Io so bene cosa significa la morte di un genitore. E sono indignato per la marginalità riservata a questo episodio della Val d’Enza. Viviamo tempi orribili e noi siamo soltanto i carnefici di una generazione abbandonata davanti agli smartphone e alle tv ed educata a colpi di libertinismo. Noi siamo colpevoli.

ECCO PERCHE’ NASCE IMPERATIVO PERIFERICO