Non mi avete dato retta, non avete letto i miei ultimi post e così, testardi come solo i siciliani sanno essere, avete preso quel volo che vi consegna alle vacanze d’agosto in Sicilia. Bene, adesso viene il bello.

Non mi soffermerei più di tanto sull’applauso di rito riservato al pilota dell’aereo quando si plana in terra di Sicilia: è una sorta di scaramanzia, un benvenuto ma, in fondo, anche un avvertimento. Come a voler dire, da qui in poi cambiano le regole del gioco, perché atterrare qui non è da tutti, non è per tutti.

Quel battimani è una sorta di frontiera virtuale. Anche chi ha passato molto tempo lontano dalla sua Sicilia, se ne accorge subito. Tutto diventa complicato. Per acquistare qualsiasi oggetto o un servizio, dimenticate il concetto di linea retta. Per comprare un ticket del bus, noleggiare una macchina o più semplicemente ordinare un caffè, laddove ci sia ressa, vige la regola del semicerchio.

Ci si dispone in forma di mezzaluna e si aspetta con pazienza di essere “estratti” a sorte dal cassiere di turno. Quando la fila (si fa per dire “fila”) è particolarmente numerosa, dalla forma di semicerchio si passa talvolta alla modalità fisarmonica, con accessi alla cassa consentiti grazie a sgomitate, spintoni o “taliate” di sbieco. Dopo il cannolo convenzionale (che poi qualcuno dovrebbe pure ricordarsi che d’estate è impossibile trovarne di freschi), il turista tipo di origini sicule si mette così in marcia verso i luoghi della memoria.

Ed è allora, mentre ti accingi ad imboccare le strade siciliane, che arriva il nodo in gola e ricordi immediatamente il perché sei scappato da questa terra.

Quando il tratto stradale diventa selciato, pietrisco e poi nulla, sai con certezza che i tuoi discendenti, figli e nipoti, sono destinati a parlare lo slang milanese o veneto, anche se quel suono ti spezza il cuore. Perché è impossibile non accorgersi dello stato di precarietà e dissesto in cui si trovano i 14.717 chilometri di strade provinciali. Per rendere, non dico confortevole ma almeno sicura, la loro percorrenza, sarebbe necessaria una manutenzione coi fiocchi.

Compito, che almeno per quel che riguarda le strade provinciali, è in capo a enti quali le Città metropolitane e i Liberi Consorzi. Ma sappiamo bene che i i bilanci di quegli enti sono asfittici. Accordi quadro, patti per lo sviluppo, convenzioni e ogni sorta di manoscritto è stato compilato negli anni per affermare la volontà della mano pubblica nell’assicurare strade sicure.

I risultati – che chiamano in causa almeno tre generazioni di classe politica – sono però sotto gli occhi di tutti. Secondo me, alla nostra classe politica manca quel guizzo geniale capace di trasformare un dramma in un successo. Pochi sanno che in Sicilia è stato recentemente inventato un nuovo genere artistico: l’incompiuto siciliano. Non scherzo, è tutto vero. Sono stati realizzati libri e documentari pregevolissimi.

Così, piuttosto che promuovere i nostri meravigliosi borghi paesani – spesso irraggiungibili – forse è il caso di inventare un nuovo genere artistico, complementare all’Incompiuto: il Disastrato.

Abbiamo centinaia e centinaia di manufatti pubblici e privati da mostrare al mondo intero, come intere sezioni stradali collassate che finiscono nel nulla, palazzi storici abbandonati al logorio del tempo e all’incuria. Il Disastrato siciliano potrebbe assurgere a metafora dei tempi moderni, un linguaggio universale dell’abbandono.

Anche la politica dei rifiuti dovrebbe essere riscritta e ripensata. Perché non valorizzare a fini turistici quei chilometri di monnezza gettati ai fianchi delle strade. Spesso si giunge al sublime, quando carcasse di auto vengono riposte nei cassonetti dell’immondizia o nei greti di fiumi e torrenti.

Insomma, è giunto il momento di sanare per davvero i bilanci della regione e degli enti locali: basta interventi strutturali, basta ricostruzioni, basta accordi quadro. Non si spenda più un centesimo e si lasci crollare tutto. Solo così saremo veramente attrattivi: una natura morta, ecco cosa potrebbe diventare la Sicilia.