In questa torrida estate con mille pensieri che affliggono il nostro quotidiano avrei desiderato una piccola pausa di riflessione. Parlando di calcio, di football, di quella deità pallonara tanto amata dagli italiani. Ma appena mi sono fermato a riflettere ho capito che anche parlando di pallone mi sarei andato a schiantare sul conflitto tra centri e periferie.

L’addio del Palermo calcio alla Serie B, dopo aver sfiorato addirittura la promozione in Serie A, è stata una vera e propria “tragedia” calcistica per la Sicilia rosanero. Ma vista con gli occhi di chi vive in periferia, la ‘bravata’ amministrativa della defunta società di viale del Fante è una vera e propria iattura per il calcio dilettantistico siciliano che dal primo settembre si appresta ad affrontare un campionato “senza storia” o, se preferite, con un finale già scritto.

Il nuovo Palermo, che sfrutterà il titolo calcistico affidato al Comune che lo assegnerà con un bando a condizione che l’assegnatario sfoggi, oltre al nome della città, i colori rosanero e mantenga pure i posti di lavoro dei dipendenti delle defunta società, si presenterà ai nastri di partenza della Serie D.

Una presenza ingombrante, imprevista e molto ‘sgradita’ perché vanifica sul nascere i sogni professionistici di dirigenti e appassionati tifosi di Acireale, Biancavilla, Licata, Marsala, Troina, Marina di Ragusa, Gela, Acr Messina, Città di Messina e forse anche del Siracusa. Era già successo con il Bari, l’Avellino ed il Cesena (al Napoli nell’estate del 2004 era toccata la C1).

E con il Palermo del “patron X” carico di soldi (per vincere in scioltezza “bastano” circa 2 milioni di euro anche se il Bari per non correre rischi lo scorso anno ne ha investiti ben 7) la storia certamente si ripeterà. Non sarà, ovviamente, lo stesso Palermo fondato il primo novembre del 1900 e nemmeno quello rifondato il 7 gennaio 1987 e nemmeno la PalermOlimpya che provò a prendersi il titolo di prima squadra di Palermo. È, e sarà una società nuova di zecca, una “zeru tituli” senza storia ma con un business milionario servito su un piatto d’argento.

È in questo che l’antisportività della vicenda raggiunge il suo apice. Vero è che bisogna ripristinare le grandi piazze, ma pressoché ogni anno la faccenda si ripropone perché c’è sempre un club “blasonato” che mal gestito, fallisce. Da qualche anno la Lega li riammette in Serie D. Ma non è sportivo ed è penalizzante per le società iscritte nel girone in cui “cadono” le “big”. Bisognerebbe inventarsi qualcosa per costringere le società a stare fuori classifica per 1 o 2 anni oppure, tanto vale, lasciarle nella categoria in cui era la società fallita.

I mal di pancia fra i presidenti delle squadre dilettantistiche di periferia, che non hanno certamente disponibilità economiche tanto enormi e si affidano solo al cuore e alle gambe e a poche centinaia di migliaia di euro, sono già in atto ed anche le “campagne acquisti” di giovani giocatori – nella rosa devono esserci un ‘99, due 2000 e un 2001 – c’è da scommetterci, saranno assai tiepide. Solo la prima classificata nel girone, otterrà automaticamente la promozione in Lega Pro (la ex serie C); le squadre classificate dal secondo al quinto posto potranno solo sperare nella roulette dei play-off per coronare il loro sogno di “professionismo”.

Ma guardando bene i “professionisti” che hanno fatto sparire dal mondo del calcio la società rosanero sulle ceneri di una società fallita l’anno prima, i “garibaldini” presidenti di periferia non hanno davvero nulla da imparare. Devono solo subire una nuova ingiustizia e aspettare l’anno prossimo. Intanto tutti pronti a gridare “Forza Palermo”. Anche perché – Forza Termitana – orgoglio pallonaro della mia gioventù non lo posso più gridare da oltre venti anni. E per Termini Imerese come per altre mille realtà del calcio locale, quando la squadra soccombe per davvero. Senza repechage o scorciatoie milionarie.