“Le carceri siciliane, le peggiori d’Europa per sovraffollamento, rivolte, violenze ed aggressioni al personale penitenziario, sono basi operative per lo spaccio di droga dentro e fuori i penitenziari”. Non usano mezzi termini il segretario generale Aldo Di Giacomo e il segretario regionale per la Sicilia Nico Del Grosso (Fsa-Cnpp/Spp), che in una nota congiunta tornano a denunciare un fenomeno che, sostengono, va avanti da anni sotto gli occhi delle istituzioni. A dare corpo all’allarme è l’ultima inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, che ha ricostruito come il traffico internazionale di cocaina dal Sudamerica al porto di Gioia Tauro fosse gestito da una cella del carcere di Siracusa: per i due sindacalisti, “forse il massimo quantitativo di stupefacenti mai gestito da una cella”.

L’inchiesta

‘inchiesta, che ha portato a 35 arresti, ha individuato in due detenuti reclusi nello stesso penitenziario siracusano i vertici del sodalizio, riconducibile alla cosca di Sinopoli: grazie a criptofonini introdotti illegalmente in cella, i due avrebbero continuato a trattare direttamente con i fornitori esteri, sudamericani e olandesi, senza che la detenzione ne limitasse l’operatività. Fuori dal carcere, un familiare più giovane avrebbe fatto da cerniera tra i vertici reclusi e la rete di fornitori e clienti, occupandosi della cassa comune e dei rapporti con chi movimentava i carichi nei porti di Salerno e Genova. Il quadro accusatorio individua un secondo livello di comando, con un finanziatore che faceva anche da tramite con lo zio detenuto, e un uomo di fiducia incaricato di custodia della droga, gestione di armi e telefoni criptati, oltre alla pianificazione di eventuali ritorsioni.

Un capitolo a parte dell’inchiesta riguarda lo sbarco della cocaina a Gioia Tauro, storica porta d’accesso europea della droga sudamericana: qui il gruppo poteva contare su operatori portuali infedeli, pagati con una percentuale sul valore del carico, che indicavano le rotte meno controllate e monitoravano i movimenti della Guardia di Finanza. Tra i 35 raggiunti da misura cautelare figurano anche otto siciliani, quattro catanesi e quattro palermitani, a conferma di una rete di corrieri estesa ben oltre la Calabria.

Il caso Siracusa

Per i sindacati, il caso di Siracusa non è un episodio isolato ma la conferma di un problema strutturale: “nei 23 istituti siciliani il ritrovamento di stupefacenti e di telefonini segnano rispettivamente più 400% e più 600%”, scrivono Di Giacomo e Del Grosso, con sequestri che si contano in chili al mese. I due segretari denunciano organici insufficienti nonostante le recenti assunzioni, misure alternative alla detenzione per i tossicodipendenti annunciate dal ministro Nordio ma mai realmente attivate, e un calo del 5% nelle collaborazioni con la giustizia nell’ultimo anno. “La lezione di Siracusa è che va ripreso il controllo delle carceri togliendolo alle mafie”, concludono.