“Trovammo 14 bossoli di un’arma semiautomatica nei pressi di un cantiere dell’autostrada, a Noto”. E’ la testimonianza di un  agente della Squadra mobile di Siracusa che ha partecipato all’inchiesta, coordinata dalla Procura distrettuale antimafia di Catania, denominata Vecchia Maniera su estorsioni e droga gestiti da un gruppo criminale vicino al clan Trigila di Noto.

Sotto processo ci sono Angelo Monaco, 63 anni, di Rosolini, indicato dai magistrati della Dda di Catania, come il braccio destro del boss di Noto,  Elisabetta Di Mari, 54 anni, moglie di quest’ultimo, Nunziatina Bianca, 62 anni, netina, consorte del boss Antonino “Pinnintula” Trigila, Giuseppe Lao, 48 anni, di Rosolini, Antonino Rubbino, 51 anni, di Rosolini .

Rispondendo alle domande del pm Alessandro Sorrentino, il teste ha ricostruito quel sopralluogo grazie al quale furono rinvenuti i bossoli, riconducibili ad un tentativo di intimidazione al titolare dell’impresa, che poi si rivolse alle forze dell’ordine. Dalle informazioni in possesso agli inquirenti, nella notte tra il 19 ed il 20 maggio del 2017 un gruppo armato composto da Monaco, Lao  Rubbino e Crescimone, quest’ultimo sotto processo con il rito abbreviato, avrebbe esploso dei colpi di pistola contro i mezzi di un’impresa edile, impegnata nei lavori per la realizzazione dell’autostrada Siracusa-Gela.

L’agente della Squadra mobile ha anche svelato alcuni particolari emersi nell’inchiesta, tra cui un traffico di droga tra la provincia di Siracusa e Messina che avrebbe visto coinvolti il reggente della cosca di Noto e due nordafricani. “Il 7 maggio del 2017 intercettammo – ha detto il teste in aula, al palazzo di giustizia di Siracusa –  in prossimità di uno svincolo a ridosso di Messina una macchina, una Mercedes, con a bordo due stranieri, di nazionalità marocchina. Il giorno prima, erano stati visti a Catania insieme ad Angelo Monaco”.

In effetti, una delle voci di bilancio più importanti del gruppo, secondo gli agenti della Squadra mobile, erano gli stupefacenti e sarebbero stati due i canali di approvvigionamento: la Calabria, a cui avrebbero pensato gli italiani, e Milano dove la cellula marocchina, con ramificazioni a Novara e Messina, avrebbe avuto pieni poteri, vendendo partite di droghe consistenti agli affiliati della banda.