I giudici della Corte di Appello di Catania hanno confermato la condanna in primo grado emessa dal gup a 30 anni di reclusione per omicidio nei confronti di Alessio Attanasio, 52 anni, indicato dai magistrati come il capo della cosca che porta il suo nome.

Un omicidio avvenuto nel 2001

La vicenda giudiziaria è vecchia di oltre 20 anni e riguarda la morte di Giuseppe Romano, ammazzato in via Elorina il 17 marzo del 2001 ma di quell’esecuzione non si è mai saputo nulla, poi negli anni scorsi l’inchiesta venne riaperta dopo le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia che indicarono in Alessio Attanasio l’esecutore del delitto insieme ad un’altra persona,  ormai deceduta.

“Uno scambio di persona” per i pentiti

Da quanto emerge nelle testimonianze dei pentiti, tra cui Salvatore Lombardo, Dario Troni, Attilio Pandolfino, Antonio Tarascio e Rosario Piccione,  Giuseppe Romano sarebbe stato ucciso per errore, in quanto il vero obiettivo dei 2 esecutori sarebbe stato un imprenditore.

Quest’ultimo, stando alla tesi sostenuta dall’accusa, avrebbe ricevuto dalle cosche Bottaro-Attanasio e Santa Panagia una condanna a morte ma i killer si sarebbero fatti ingannare  dall’auto, una Fiat 126, che era nella disponibilità dell’imprenditore ma fatalmente guidata, quel giorno, da Giuseppe Romano.

Le dichiarazioni di un nuovo collaboratore

Nel processo, davanti al gup del Tribunale di Catania, sono entrate le dichiarazioni di Francesco “Cesco” Capodieci, un nuovo collaboratore di giustizia, ex capo del gruppo Bronx, che ha detto di aver saputo del delitto da un suo parente che, a sua volta, avrebbe sentito altre persone pronunciarsi su alcuni commenti dell’imputato in relazione al delitto. Il difensore dell’imputato, nel corso della sua arringa, durata un’ora, ha sostenuto che la ricostruzione del collaboratore si fonda su dichiarazioni inattendibili.

La tesi di Attanasio

Secondo Attanasio  ad uccidere la vittima sarebbero stati uno dei suoi accusatori, Salvatore Lombardo, e Liberante Romano, quest’ultimo ammazzato nel maggio del 2002, per la cui morte sono stati già condannati in via definitiva Salvatore Calabrò, Giuseppe Calabrese e Pasqualino Mazzarella.

La perizia

La difesa dell’imputato aveva richiesto una perizia balistica sulle traiettorie dei colpi fatali alla vittima, al fine di comprendere se le modalità dell’agguato, portato a termine da due persone in sella ad una moto, siano avvenute così come indicato dai collaboratori di giustizia.

I dati sull’altezza

La difesa aveva insistito per avere la documentazione attestante l’altezza della vittima perché, secondo quanto emerso nell’inchiesta, sempre sulla scorta delle dichiarazioni dei pentiti, il vero obiettivo dei killer era un imprenditore, ma in quella macchina, una Fiat 126, c’era fatalmente Romano. La tesi della difesa di Attanasio è che essendoci una differenza di altezza netta tra l’imprenditore, circa un metro e sessanta, e la vittima, circa 190 centimetri, lo scambio di persona non avrebbe fondamento.

 

 

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