le ipotesi sul tavolo per salvare il settore

Petrolchimico, tra guerra e Transizione ecologica rischio crollo entro fine anno

Dagli anni 50 il Petrolchimico di Siracusa, incastonato tra i Comuni di Priolo, Melilli ed Augusta, rappresenta la fetta più grossa del Prodotto interno lordo locale.

La questione industriale

La Transizione ecologica da un lato e la crisi legata alla guerra in Ucraina rischiano di infliggere un colpo durissimo a questo settore che dà lavoro, secondo fonti della Cgil, a circa 7500 lavoratori tra diretti ed indotto. Ed ecco i motivi per cui questi due fattori potrebbero compromettere un settore economico, strategico per l’intera regione, visto che ci sono altre aree industriali, come Gela e Milazzo.

I fattori di rischio

La Transizione ecologica, voluta dall’Unione europea ed avallata dall’Italia, taglia fuori le imprese che raffinano petrolio e premia le cosiddette energie rinnovabili, tra cui solare ed eolico, e nel 2035, come previsto dall’Ue non potranno circolare più mezzi a benzina ed a diesel. Questo vuol dire fine degli investimenti per le aziende che hanno già redatto i piani di smobilitazione.

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Il Petrolchimico ha i mesi contati

Solo che il tracollo del Petrolchimico potrebbe avvenire prima di quella data, perché a dicembre scatteranno le sanzioni per le importazioni di petrolio russo, l’unico prodotto al momento trattato dalla Isab, la società italo-svizzera che gravita nell’orbita della russa Lukoil, che, a quel punto, potrebbe decidere di chiudere i battenti. La stessa azienda ha le linee di credito bloccate, che non le consente di acquistare greggio da altri paesi.

La raffinazione in Sicilia

La campagna elettorale, sia per le Politiche che per le Regionale, ha come tema proprio il futuro del Petrolchimico di Siracusa ma nel conto vanno messe anche le zone industriali di Gela e Milazzo: tutte e tre assorbono quasi il 46 per cento della capacità di raffinazione del paese. Il deputato regionale di Prima l’Italia, Giovanni Cafeo, ritiene che sia indispensabile far entrare il settore petrolchimico nella Transizione ecologica.

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Settore petrolifero dentro la Transizione ecologica

“Il piano di Transizione ecologica – analizza Cafeo – deve comprendere anche le aziende legate al Petrolchimico, la cui presenza, in Sicilia, è massiccia e costituisce una fetta importante della ricchezza dell’isola ed una quota significativa dell’Italia. In un momento drammatico per il nostro paese, che non ha un’autonomia energetica, abbandonare il Petrolchimico sarebbe un gravissimo errore, del resto, le aziende, da tempo, si sono dette pronte ad una riconversione capace di abbattere le emissioni di C02. C’è ancora margine per rimediare e provare ad allargare le maglie del Piano di Transizione ecologica”.

L’Area di crisi industriale

Quasi un anno fa, il Governo regionale aveva inviato un dossier al Ministero per lo Sviluppo economico per l’istituzione dell’Area di crisi industriale che, in sostanza, dovrebbe tradursi in un pacchetto di aiuti per consentire alle aziende del Petrolchimico di ridimensionare al massimo le emissioni di Co2. Quella relazione, nei mesi scorsi, è stata giudicata lacunosa dal ministro del Mise, Giancarlo Giorgetti ma secondo il candidato all’Ars, Pietro Forestiere, di Fratelli d’Italia, bisognerebbe battere quel sentiero.

“Le questioni dell’energia e del lavoro – ha dett Forestiere – sono temi che si intrecciano nel nostro territorio come in nessun altro. Un piano d’investimenti di circa 3 miliardi già pronto per la transizione energetica dev’essere assolutamente sbloccato dal riconoscimento di Area di crisi industriale complessa”.

 

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