Ci sono incendi che non finiscono quando si spengono le fiamme.

Restano addosso ai luoghi, cambiano il paesaggio, il colore delle montagne, perfino il modo in cui una città guarda il proprio territorio. Quello che è successo a Capo Gallo non è stato soltanto un fatto di cronaca giudiziaria concluso con una condanna a dieci anni. È l’ennesima fotografia di un rapporto malato tra la Sicilia e il suo patrimonio naturale: tutti lo amano a parole, pochi lo difendono davvero.

Quando nel 2023 le fiamme avvolsero la riserva di Capo Gallo, Palermo visse ore surreali.

Il cielo arancione, il fumo che arrivava fino alle case, la gente costretta a scappare, Mondello trasformata improvvisamente in uno scenario apocalittico. In quelle ore non bruciavano soltanto alberi e vegetazione. Bruciava uno dei pochi angoli rimasti capaci di ricordare quanto questa terra possa essere ancora selvaggia, autentica, libera dal cemento e dal caos urbano.

La condanna di Francesco Ficano è importante soprattutto per questo: perché rompe quella sensazione di impunità che accompagna spesso i disastri ambientali in Sicilia.

Qui gli incendi sembrano sempre figli del destino, del caldo, dello scirocco, della fatalità.

Si parla di emergenza climatica — giustamente — ma troppo spesso si dimentica la responsabilità umana. Dietro molti roghi non c’è il caso. C’è una mano. A volte c’è interesse, altre volte soltanto ignoranza, vandalismo o una forma di irresponsabilità così estrema da diventare criminale.

Eppure la parte più inquietante non è neanche il gesto in sé.  È l’abitudine collettiva al disastro.

Ogni estate la Sicilia entra nello stesso copione: incendi, canadair, protezione civile, rabbia sui social, accuse alla politica, dichiarazioni indignate e poi il silenzio. Settembre arriva, la cenere si raffredda e tutto viene dimenticato fino all’anno successivo. Come se il fuoco fosse ormai parte naturale dell’estate siciliana.

Questa normalizzazione è forse il danno peggiore. Perché ci abitua all’idea che perdere boschi, riserve e paesaggi sia inevitabile. Ci abitua a vedere montagne nere dove prima c’era vita. Ci abitua perfino alla paura. E invece non dovrebbe esserci nulla di normale in persone costrette a lasciare casa per colpa di un incendio doloso. Non dovrebbe esserci nulla di normale nel vedere un’intera riserva naturale distrutta in poche ore.

Capo Gallo non è soltanto una cartolina di Palermo.

È un pezzo di identità collettiva. È il luogo dove il mare incontra la roccia, dove la città finisce e comincia qualcosa di più antico. Distruggere un posto così significa impoverire tutti, anche chi non ci ha mai messo piede. Perché certi luoghi hanno un valore che va oltre il turismo o il paesaggio: servono a ricordare che non tutto deve essere consumato, sfruttato o rovinato.

La verità è che la Sicilia continua a trattare il proprio territorio come qualcosa di infinito, quando invece è fragilissimo. Si ricostruisce una casa, una strada, perfino un quartiere. Un ecosistema no. La natura ha tempi diversi da quelli della politica e delle sentenze. Per far tornare verde una montagna servono decenni. Per distruggerla basta una tanica di benzina e qualche minuto.

Per questo la condanna non dovrebbe essere letta soltanto come la fine di una vicenda giudiziaria.

Dovrebbe essere l’inizio di una riflessione molto più ampia. Su quanto poco investiamo nella prevenzione. Su quanto sia assente il controllo del territorio. Su quanto facilmente ci indigniamo senza cambiare davvero nulla. E soprattutto su quanto siamo diventati spettatori passivi della devastazione.

Perché alla fine il problema non è soltanto il piromane.

Il problema è un sistema che continua a rincorrere gli incendi invece di impedirli. Un sistema che si mobilita quando il fuoco è già arrivato alle case. Un sistema che ogni estate si scopre impreparato come se fosse la prima volta.

Capo Gallo, prima o poi, tornerà verde. La macchia mediterranea sa rinascere anche dopo il fuoco. Gli uomini molto meno. E forse la vera tragedia è proprio questa: la natura prova sempre a guarire, mentre noi continuiamo ostinatamente a ripetere gli stessi errori.